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31 GENNAIO

VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE: LA UE AGGIORNA LE DIRETTIVE
La direttiva sulla valutazione dell'impatto ambientale (Via), di determinati progetti pubblici e privati - procedura che valuta preventivamente l'impatto sull'ambiente - risale al 1985, ma la direttiva nel corso degli anni ha subito diverse e sostanziali modificazioni. Quindi per motivi di chiarezza e di razionalizzazione l'UE ha deciso di procedere alla sua codificazione.
La nuova direttiva sostituisce, incorpora e inoltre preserva in pieno la sostanza degli atti oggetto di codificazione e pertanto non fa altro che riunirli apportando unicamente le modifiche formali necessarie ai fini dell'opera di codificazione.
La direttiva entrerà in vigore dopo venti giorni dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale Europea (la direttiva 2011/92 è stata pubblicata sabato scorso), ma ciò non pregiudicherà gli obblighi degli Stati Membri relativi ai termini di recepimento nel diritto nazionale delle direttive che hanno modificato quella del 1985 (ossia la 97/11/CE che prevede criteri più specifici per la Via; la 2003/35/CE che prevede la partecipazione al pubblico nell'elaborazione di taluni piani e programmi in materia ambientale e inserisce nell'ambito della direttiva dell'85 le definizioni di pubblico e pubblico interessato; la 2009/31/CE relativa allo stoccaggio geologico di biossido di carbonio).
La normativa dell'Unione in materia di ambiente contiene disposizioni che consentono alle autorità pubbliche e altri organismi. di adottare delle decisioni che possono avere effetti significativi sull'ambiente. oltre che sulla salute e sul benessere delle persone. Quindi, stabilisce principi generali di valutazione dell'impatto ambientale allo scopo di completare e coordinare le procedure di autorizzazione dei progetti pubblici e privati, che possono avere un impatto rilevante sull'ambiente. Tale valutazione andrebbe fatta in base alle opportune informazioni fornite dal committente ed eventualmente completata dalle autorità e dal pubblico interessato dal progetto.
Però non tutti i progetti sono sottoposti a Via obbligatoriamente. Quelli appartenenti a determinate classi che hanno ripercussioni di rilievo sull'ambiente, devono essere per principio sottoposti a una valutazione sistematica. Altri invece, appartenenti ad altre classi, che non hanno necessariamente ripercussioni di rilievo sull'ambiente, in tutti i casi sono sottoposti a una valutazione qualora gli Stati Membri ritengano che possano influire in modo rilevante sull'ambiente. Quindi gli effetti di un progetto sull'ambiente dovrebbero essere valutati per tenere in conto l'esigenza di proteggere la salute umana, contribuire con un migliore ambiente alla qualità della vita, provvedere al mantenimento della varietà delle specie e conservare la capacità di riproduzione dell'ecosistema in quanto risorsa essenziale di vita.
In tale contesto, l'effettiva partecipazione del pubblico - compresa quella di associazioni, organizzazioni e gruppi e di organizzazioni non governative - all'adozione di decisioni, consente allo stesso di esprimere pareri e preoccupazioni, che possono assumere rilievo per tali decisioni e che possono essere presi in considerazione da coloro che sono responsabili della loro adozione. Ciò accresce la responsabilità e la trasparenza del processo decisionale e favorisce la consapevolezza del pubblico sui problemi ambientali e il sostegno alle decisioni adottate. Per questo, la partecipazione dovrebbe essere incentivata tra l'altro promuovendo l'educazione ambientale del pubblico. Fonte: GreenReport.
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NAUFRAGIO COSTA CONCORDIA: I DATI SUL RECUPERO
Sarà necessario quasi un anno,, per la precisione altri 10 mesi (più uno già passato), per far sì che la Costa Concordia venga portata via dall’Isola del Giglio. Così ha stabilito ieri Franco Gabrielli, commissario all’emergenza, che ha dettato tempi e i modalità per la rimozione del relitto. Un relitto che rischia di rovinare la stagione estiva agli albergatori dell’area, ma che se non viene rimosso nel modo corretto, rischia di distruggere l’intero ecosistema marino e costiero per i prossimi decenni.
I numeri: la cifra 2400 ormai è arcinota e rappresenta le tonnellate di carburante che sono attualmente presenti all’interno dei serbatoi della Costa Concordia. In particolare i serbatoi sarebbero 15, di cui 6 contenenti due terzi del totale e che chiaramente saranno i primi ad entrare nel mirino della squadra di recupero della Smit. I 15 serbatoi però non sono il solo pericolo, ma appena l’84% di esso. Il 16% del materiale inquinante infatti si trova al di fuori dei serbatoi e va dalle vernici all’olio della sala macchine, fino agli oli da cucina, molti dei quali già dispersi in mare. La lista delle sostanze a bordo è visibile qui. Fonte: Ecologiae.
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NO ALL'ESTRAZIONE DEL LITIO ALL'ISOLA D'ELBA
La corsa al litio, una delle materie prime della green economy, in particolare per accumulatori e batterie delle auto elettriche, è arrivata anche all'Isola d'Elba, dove è stato rilasciato un permesso di ricerca che è l'anticamera di una concessione mineraria ed all'apertura di una miniera. Infatti l'Elba non ha certo qualcosa di simile ai salar, gli immensi laghi salati andini che conterrebbero l'85% delle riserve di litio conosciute del pianeta, ma il litio, come spiegano l'ex presidente del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, Giuseppe Tanelli e Luisa Poggi nella monografia La Collezione Elbana della sezione di mineralogia del Museo di Storia Naturale dell'Università di Firenze, "Nelle pegmatiti di Campo venne anche individuata una varietà di berillo, ricca in litio e cesio, ad habitus tabulare e cromaticità da incolore a giallo-rosa, denominata rosterite (Grattarola, 1880)", piccole quantità che, come accade in altre aree del pianeta, renderebbero l'estrazione del litio particolarmente impattante. Il progetto presentato dall'associazione pistoiese Lithium, chiamato Colle Tozza, ha ricevuto il sì della Regione sulla valutazione di impatto ambientale e riguarda la raccolta e lo studio di campioni di minerali per migliorare le tecniche di estrazione del litio che poi dovrebbero essere applicate in più ricchi giacimenti in Africa.
Il tutto in un'area tra i paesi di San Piero e Sant'Ilario, nel Comune di Campo nell'Elba, al confine (ma probabilmente anche all'interno) del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano e del Sito di Interesse Comunitari (Sic) e Zona di Protezione Speciale (Zps) di Monta Capanne - promontorio dell'Enfola, istituita in base alle Direttive Ue Habitat ed Uccelli ed al Sito di Importanza Regionale (Sir) istituito dalla Regione Toscana. News integrale su GreenReport.
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SEQUESTRATO IMPIANTO DI DEPURAZIONE A LODI
Sequestrato, in forma preventiva, l’impianto di depurazione che serve la città di Lodi. Il sequestro operato dal Corpo Forestale dello Stato, è stato disposto dalla competente Procura della Repubblica, al termine di lunghe indagini iniziate nel 2009. Le indagini erano state disposte per accertare ed individuare le cause ed i responsabili di un possibile inquinamento dovuto allo scarico abusivo di reflui fognari all’interno del corso d’acqua Roggia Molina, che attraversa il Comune di Lodi e il Parco Regionale dell’Adda Sud, fino a sfociare nel fiume Adda.
Le indagini, erano partite a seguito della denuncia di un agricoltore proprietario di alcuni terreni attraversati dal Roggia Molina, per il continuo sversamento di rifiuti, anche solidi, sui campi coltivati. Fonte: GeaPress.

30 GENNAIO

TANTE (TROPPE) TARTARUGHE "FEMMINA"....
Popolazioni formate da sole femmine - o quasi - a causa dei cambiamenti climatici. Non è uno scenario irrealistico, bensì ciò che sta accandendo ad alcune specie di tartarughe marine.
A dirlo è uno studio apparso di recente sul Proceedings of the Royal Society B: la ricerca, condotta dalle Università di Exeter (UK), Lefke (Turchia) e dalla North Cyprus Society for Protection of Turtles, ha dimostrato come la quasi totalità delle uova di tartaruga verde (Chelonya midas) schiusesi nel 2008, era costituita da femmine (per l’esattezza il 95% degli 809 nuovi nati).
Com’è possibile? Il motivo è presto detto. In queste specie, il sesso della prole dipende dalla temperatura cui i piccoli sono esposti durante il periodo embrionale: a 29 °C il numero di maschi e femmine è lo stesso ma, a valori superiori, nascono più femmine; viceversa, per valori più bassi, i piccoli saranno soprattutto maschi. La temperatura infatti regola l’azione di un enzima e quindi la produzione di estrogeni responsabili del sesso del nascituro.
È evidente, quindi, che un aumento anche modesto della temperatura, comporta una diminuzione dei maschi nella popolazione. Il pericolo per specie come quelle della tartaruga verde, considerata molto rara e a rischio di estinzione, è il raggiungimento del livello minimo necessario a mantenere fertile la popolazione. Lo studio non si limita a suggerire un simile, potenziale, scenario.
Attraverso analisi genetiche, i ricercatori hanno identificato 20 colonie e hanno scoperto che ognuna di esse era nata da un’unica femmina e, sorprendentemente, da uno o più maschi (per un totale di 28 riproduttori in tutto). Vista la schiacciante presenza 'rosa' nelle nidiate, confermata da studi precedenti, com’è possibile che ogni femmina avesse mediamente un contributo di 1.4 maschi alla riproduzione ? Insomma, da dove venivano tutti quei … 'tartarughi'?
A questa domanda, i ricercatori contrappongono più di una interpretazione: i maschi potrebbero riprodursi più frequentemente delle femmine nell’arco di una stessa estate oppure le femmine potrebbero essere in grado di mantenere i gameti maschili da una stagione all’altra, come dimostrato in specie di tartarughe d’acqua dolce.
La teoria più probabile – a detta degli autori del lavoro – appare un’altra, cioè che alcuni maschi riproduttori siano originari da aree geografiche lontane, forse anche esterne al Mediterraneo. L’ipotesi sembra supportata dai dati raccolti mediante tracking satellitare (qui un esempio di come funziona questo sistema): alcuni individui, seguiti per 81 giorni nel 2009, hanno deviato dalla rotta principale che parte da Cipro per raggiunge le aree alimentari in Nord Africa, alla ricerca di femmine. Si tratta di una 'divagazione' di più di 300 chilometri che ha avvicinato i maschi ad altri siti riproduttivi della specie.
La conclusione cui giungono i ricercatori, è che si tratti di un adattamento comportamentale messo in atto dai maschi a fronte di una popolazione composta soprattutto da femmine, che consentirebbe loro di aumentare il numero di accoppiamenti. Se così fosse, ci sarebbero conseguenze positive a livello di popolazione, in quando si verrebbe a garantire il mantenimento un’alta variabilità genetica. Un fattore importante - se non essenziale - per le specie a rischio di estinzione. Attendiamo conferme. Fonte: OggiScienza.
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CONCORDIA, PUBBLICATA LA LISTA DELLE SOSTANZE TOSSICHE A BORDO
La Protezione Civile ha diffuso, nell’ottica di una politica di trasparenza concordata con l’armatore, l’elenco completo delle sostanze e dei materiali presenti sulla nave, fatta eccezione per cibo e bevande che verranno comunicate in un secondo momento.
Come si supponeva da giorni, a bordo c’è un carico letale: oli lubrificanti, pitture, insetticidi, gasolio. lLelenco completo è riportato qui sotto.Non ci resta che sperare che i tecnici al lavoro incessantemente da giorni riescano a scongiurare una marea nera, in uno dei tratti più ricchi di biodiversità dei nostri mari.

carico Concordia
Fonte: Ecoblog.
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ALLUVIONE LIGURIA: PESSIMA FIGURA DEGLI AMMINISTRATORI LOCALI
Claudio Galante, sindaco di Brugnato, intervistato ieri durante la trasmissione PresaDiretta, in relazione ai tragici eventi alluvionali dei mesi scorsi che hanno coinvolto le regioni Toscana e Liguria, ha difeso le "velocissime" autorizzazioni concesse per costruire in aree a rischio, affermando che sono perfettamente lecite poichè nelle stesse zone esistono gia altri edifici. La trasmissione ha denunciato la forte propensione degli amministratori locali, nell'operare esattamente come se nulla fosse accaduto, ovvero a costruire in aree golenali, a rischio frane e a rischio alluvione. Sono previste infatti la realizzazione, in Liguria, di un parcheggio di 5 piani, a ridosso di un corso d'acqua e di un nuovo outlet in area golenale. La trasmissione ha anche denunciato le speculazioni alla foce del torrente Agri, in Basilicata, dove è stato costruito, in area golenale, un residence turistico con darsena e posti barca, distruggendo una delle poche aree umide rimaste in Italia. Qui il video della puntata.

28 GENNAIO

TARTARUGA SPIAGGIATA A SENIGALLIA
La Guardia Costiera di Senigallia, ha recuperato ieri una tartaruga spiaggiata nella zona del lungomare Mameli. L'animale tratto in salvo, è una tartaruga Caretta caretta di 53 centimetri di lunghezza e 48 di larghezza, pesante circa 20 Kg. La Guardia Costiera ha trasportato la tartaruga al Parco Naturale del Conero, ove dopo le cure sarà nuovamente messa in libertà.

Tartaruga spiaggiata a Senigallia Credit: Resto del Carlino.

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SEA SHEPHERD, DUE AGGIORNAMENTI
La scorsa settimana, i giornali locali e nazionali dell'Ecuador, hanno scritto della sospensione del giudice delle Galàpagos a cui era stato affidato il caso noto come Fer Mary (vedere news luglio 2011). Questo peschereccio era stato fermato lo scorso luglio all’interno della Riserva Marina delle Galàpagos con a bordo più di 350 carcasse di squali morti. Il caso aveva fatto scalpore durante l'anno, non solo per la cattura illegale di specie protette all'interno di una riserva marina, ma anche per la scarsa risposta giudiziaria ottenuta dalla giustizia locale, che alla fine ha annullato tutti i procedimenti.
Le notizie nazionali riportano che la sospensione è stata decisa dalle autorità giudiziarie nazionali, riguardo le decisioni del giudice sul caso Fer Mary. Si tratta di un importante sviluppo per l'applicazione delle leggi ambientali, poiché mette in evidenza le sempre crescenti preoccupazioni da parte delle autorità nazionali su come il sistema giudiziario delle Galàpagos gestisce i casi ambientali, in particolare in termini di accesso alla giustizia e ai processi.
In base alla legge ecuadoriana, la sospensione di un giudice si applica in situazioni considerate serie e urgenti. Una sospensione ha una durata di 90 giorni, periodo in cui i giudici devono restare fuori dall’ufficio, mentre vengono condotte le indagini disciplinari interne. Il giudice delle Galàpagos che si trova ora sotto indagine è lo stesso che il 23 dicembre decise di annullare tutti i procedimenti giudiziari del caso Fer Mary. Leggi qui tutta la storia.
Secondo la legislazione ecuadoriana, gli squali sono specie protette. La loro cattura all’interno della Riserva Marina delle Galàpagos è perciò considerata un crimine contro l’ambiente e dal Codice Penale dell’Ecuador. Sea Shepherd ha monitorato accuratamente questo caso. Nell’agosto 2011 ha promosso l’iniziativa di andare in tribunale a nome degli squali. Grazie agli sforzi congiunti di diverse organizzazioni, nel settembre 2011 è stata scritta una memoria legale (Amicus Curiae), in difesa degli squali catturati all’interno della Riserva Marina. L’Amicus Curiae farà da testimone a queste splendide creature, predatori per eccellenza degli oceani.Fonte originale.
La seconda notizia è relativa alla caccia alle balene, operata quest'anno in modo decisamente anomalo, dalla flotta giapponese. Negli ultimi trenta giorni le navi arpionatrici hanno percorso oltre 4.000 miglia, una media di 150 miglia al giorno, troppe per avere tempo per inseguire e cacciare le balene.
Inoltre, il 21 gennaio, una nave arpionatrice, ha superato la International Date Line, la Linea Internazionale di Cambio Data, il che contrasta con il 'programma scientifico' del governo giapponese, che impone di prelevare "campioni" di balene dalle due diverse aree, alternandole ogni anno.
La Campagna di Sea Shepherd, Operazione Divine Wind, è stata impegnativa quest'anno, a causa dei trenta milioni di dollari assegnati alla flotta baleniera per incrementare la sicurezza. Questo denaro è stato sottratto ai fondi di assistenza per lo tsunami ed il terremoto. Fonte originale.
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CUPOLA DI ACQUA DOLCE NELL'OCEANO ARTICO
Un gruppo di ricercatori britannici, in uno studio pubblicato sulla rivista Nature Geoscience che ha utilizzato i satelliti dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA), destinati all'osservazione della Terra, ha descritto una enorme massa di acqua dolce che, negli ultimi 15 anni, si è formata in una grande area dell'Oceano Artico.
Dal 2002, infatti, il livello del mare in questa area è aumentato di circa 15 centimetri e il volume di acqua dolce è salito a 8.000 chilometri cubi, cioè circa il 10% di tutta l'acqua dolce dell'Oceano Artico. Un dato assai importante in ambito ambientale, in quanto determina la quantità di calore che viene trasferita all’atmosfera e ha una notevole influenza sulla circolazione oceanica globale.
Nell’Oceano Artico, l'acqua dolce giunge attraverso gli enormi fiumi siberiani e del Nord America e si aggiunge all’acqua del Pacifico, caratterizzata da un basso contenuto di sale. Questa massa meno densa rimane in superficie rispetto all'acqua salata degli strati profondi e funge anche da barriera al flusso di calore verso l’atmosfera. Fonte: Nature Geoscience: Western Arctic Ocean freshwater storage increased by wind-driven spin-up of the Beaufort Gyre. Doi:10.1038/ngeo1379.
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GORGONA: NESSUNA NOTIZIA PER IL RECUPERO DEI FUSTI TOSSICI
Sulla vicenda dei bidoni contenenti sostanze tossiche, perduti dalla motonave Venezia della compagnia Grimaldi, il 17 dicembre scorso al largo dell'isola della Gorgona, si procede con estrema lentezza e tra qualche incertezza.
L'area dove potrebbero essere i fusti, il condizionale è d'obbligo, è da tempo stata individuata: al largo del banco di Santa Lucia, a ovest dell'isola di Gorgona, su un fondale che degrada da 400 a 500 metri, ma come si intuisce l'indicazione è vaga se si volesse procedere al recupero.
Del resto però, anche se la Grimaldi ha, come pare, pronto e consegnato (?) il piano, come del resto le era stato richiesto da Regione e Capitaneria di Porto, non è stato ancora dato nessun incarico per l'individuazione e il successivo recupero. Da indiscrezioni, la ditta selezionata potrebbe essere la Castalia, che sta lavorando anche sull'altra emergenza che ha colpito i mari della Toscana: quella della Concordia. News integrale su GreenReport.
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INQUINAMENTO MARINO, OGNI ANNO CI COSTA 320 MILIARDI DI EURO
Ogni anno i danni causati dall’inquinamento nei mari costa all’Europa 320 miliardi di euro. A darne notizia è l’UNEP (United Nations Environment Programme), l'agenzia ONU per l’ambiente, che chiede agli stati membri di investire nella gestione sostenibile delle risorse marine per prevenire disastri ambientali e danni irreversibili agli ecosistemi marini, ma anche per rilanciare l’economia.
Nel rapporto dell’UNEP si legge che il 40% della popolazione globale vive a meno di 100 km dal mare e proprio lo stile di vita e l’impatto umano stanno mettendo a rischio la salute dei nostri mari e la produttività.
La situazione dell’isola del Giglio, dove sono in corso le operazione di recupero del carburante, è solo uno degli ultimi, tragici esempi di come le acque dei nostri mari sono minacciate ogni giorno da inquinamento e come, spesso, è proprio l’uomo responsabile di questo. Come spiega Achim Steiner, direttore dell’UNEP, il 20% delle mangrovie mondiale sono state distrutte e il 60% delle barriere coralline è in serio pericolo.
L’inquinamento dei mari non si riduce solo alla presenza di idrocarburi e sostanze derivate dal petrolio; presenti in abbondanza anche i fertilizzanti provenienti dall’agricoltura, causa anche di oltre 400 zone morte del Pianeta. Per questo una nuova gestione del ciclo di vita dei fertilizzanti, associato al riciclo, porterebbe a maggiori benefici per la salute del pianeta e ridurrebbe i costi per i danni ambientali. Investire nello sviluppo sostenibile vuol dire anche promuovere le energie pulite dal mare. Modifiche e migliorie andrebbero fatte anche nella pesca, in quanto il 30% delle specie ittiche sono sovrasfruttate. Fonte: Ecologiae.

26 GENNAIO

ARTICOLO 48 DECRETO LIBERALIZZAZIONI: LIBERTÀ DI INQUINARE?
Angelo Bonelli. presidente della Federazione dei Verdi, denuncia che nel DL Liberalizzazioni è previsto l'utilizzo di fanghi provenienti da siti inquinati come materiali di recupero. Per legge.
Dunque, l’art.48 che sembra all’apparenza innocuo, mette di fatto nell’ambiente una bomba a orologeria. La disposizione riguarda i dragaggi.
Scrive Bonelli: "Con l’art.48, si consente che i fanghi e i materiali provenienti dai siti di interesse nazionale da bonificare, perché altamente inquinati, possano essere riutilizzati come materiale di recupero. In sintesi materiali che hanno alte presenze nocive come mercurio, cadmio, diossine. Pensate che a Porto Marghera, nei fondali, vi sono solventi organici aromatici, cloroformio, tetracloruro di carbonio, dicloroetano, tricloroetilene, percloroetilene, bromoformio ecc… Si capisce che la norma è stata scritta per compiacere operatori del settore…l’obiettivo chiaro è poter valorizzare economicamente i sedimenti dragati altamente inquinati che si trovano nei siti di interesse nazionale, aree che è la stessa legge a definire inquinate. Quindi l’obiettivo è quello di creare un business e di fare in modo che i sedimenti dragati siano assimilabili a meteriali di recupero secondo quanto previsto dal DM 5 febbraio 1998".
In sostanza quel che era il materiale inquinato usato dalle ecomafie, nel traffico illecito di rifiuti, diviene materiale inquinante ma autorizzato. Insomma, un interramento di fanghi inquinati pari a quello attuato sulla BreBeMi, sarebbe perciò, se approvata questa norma, assolutamente legale.
Questa la norma:
"I materiali provenienti dal dragaggio dei fondali dei porti non compresi in siti di interesse nazionale, ai sensi dell’articolo 252 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 e successive modificazioni, possono essere immersi in mare con autorizzazione del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 109, comma 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. I suddetti materiali possono essere diversamente utilizzati a fini di ripascimento, anche con sversamento nel tratto di spiaggia sommersa attiva, o per la realizzazione di casse di colmata o altre strutture di contenimento nei porti in attuazione del Piano Regolatore Portuale, ovvero lungo il litorale per la ricostruzione della fascia costiera, con autorizzazione della regione territorialmente competente ai sensidell’articolo 21 della legge 31 luglio 2002, n. 179. Fonte: Ecoblog.
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UN SAPONE MAGNETICO CONTRO IL PETROLIO
Dopo quello sensibile alla luce, alle variazioni di pH, all’anidride carbonica e alla temperatura, arriva il primo sapone sensibile al campo magnetico. Come è stato realizzato? È bastato trasformare le molecole di detergente in piccoli centri metallici, aggiungendo alla soluzione atomi di ferro. In questo modo il sapone è diventato a controllo magnetico, così che lo si possa rimuovere da una soluzione dopo aver svolto le operazioni di pulizia, senza lasciar traccia. A creare il sapone magnetico, che potrebbe anche essere utilizzato per la bonifica degli sversamenti petroliferi in mare, sono stati i ricercatori della University of Bristol (Gb), guidati da Julian Eastoe.
Un sapone è fatto di molecole con una duplice affinità: una idrofobica (che ama i grassi e quindi si lega a molecole di questo tipo) e una idrofila ( amante cioè dell’acqua). Il potere sgrassante, risiede nella capacità del sapone di legarsi alle molecole di grasso e al tempo stesso di essere lavato via dall’acqua. Per essere utilizzato nelle bonifiche degli sversamenti di petrolio in mare, però, il sapone dovrebbe essere anche facilmente rimovibile. E qui nasce l’idea dei ricercatori, pubblicata su Angewandte Chemie, simile per concetto a quello che facciamo con una calamita quando raccogliamo un ago da terra.
Il problema è che il sapone normalmente non è un metallo con proprietà magnetiche come l’ago, o almeno non abbastanza. Per questo i ricercatori di Bristol hanno aggiunto del ferro ai tensioattivi composti di ioni cloruro e bromuro, del tutto simili a quelli che si possono trovare nelle nostre case, ha spiegato Eastoe alla BBC. In questo modo gli scienziati hanno trasformato le particelle di sapone in centri metallici, come confermato dalle analisi effettuate dai ricercatori dell’ Institute Laue Langevin di Grenoble, in Francia, analizzando il detergente con tecniche di scattering di neutroni (un sistema che permette di avere informazioni sulla struttura della materia).
Non è tutto. Gli scienziati sono infatti riusciti a dimostrare che il sapone può essere realmente maneggiato magneticamente in soluzione. Quando introdotto in un tubo in presenza di acqua e petrolio, le particelle di sapone possono superare la forza di gravità e la tensione superficiale dei liquidi, muovendosi in direzione del magnete. Questa capacità renderebbe lo speciale sapone utilizzabile in molti casi in cui è necessario intervenire con bonifiche. Anche - almeno a livello teorico - per ripulire le acque dagli idrocarburi come quelli della macchia d'olio al largo dell’isola del Giglio, appena rilevata e causata dal naufragio della Costa Concordia, su cui stanno attivando le prime procedure per lo svuotamento dei serbatoi di carburante che minacciano l'ambiente circostante. Fonte: GalileoNet.
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PROTESTE DEI PESCATORI IN TUTTA ITALIA
Tensioni e scontri a Roma durante la protesta dei pescatori, giunti ieri a Roma da tutta Italia, per manifestare contro l'aumento dei costi di gestione delle imbarcazioni e le norme UE in materia di pesca, che prevedono spese ingenti nell’ambito del Piano Comune per la Pesca. Fonte: Eurofishmarket.
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VOLONTARI RIMBORSATI PER UCCIDERE LE NUTRIE
Un animale tranquillo che non si allontana dalle sponde (quindi danni marginali all’agricoltura) e che può costruire cunicoli lungo gli argini, ma solo se spogliati dall’uomo. In definitiva, più gli argini sono naturalizzati, meno nutrie ci sono. La nutria, specie i suoi cuccioli, ha poi numerosi predatori naturali ma, per fortuna, in base agli studi finora pubblicati, ha una incidenza molto bassa del batterio della leptospirosi. Non di più di altri animali selvatici che vivono a contatto con corsi d’acqua contaminati.
Questo secondo la LAC, la Lega Abolizione Caccia, che oltre a difendere le nutrie ha denunciato la fallacità dei fantomatici progetti di eradicazione delle nutrie finanziati quasi sempre dagli Enti Locali (scarica Dossier LAC).
Non doveva pensarla così il Sindaco di Asola (MN) Giordano Busi, il quale contro il roditore americano, aveva emanato lo scorso novembre apposita Ordinanza (scarica Ordinanza) . Non vi sarebbero predatori e poi c’è la leptospirosi a supporto della quale viene addirittura chiamata in ballo l’ ASL. Peccato, però, che oltre alla diversa opinione sui predatori la relazione dell’ASL alla quale faceva riferimento il Sindaco, era di ben undici anni addietro. Trattavasi, inoltre, dell’ASL di Cremona.
Poi i danni all’agricoltura. Il Sindaco, però, richiama una delibera della Giunta lombarda di 18 anni addietro con la quale viene affidato alle Province l’elaborazione dei piani di abbattimento. Piano elaborato dalla Provincia di Mantova, solo quattro anni dopo. Gabbie, cloroformio e pistola ad aria compressa a pallini di piombo da posizionarsi sulla nuca (sic!). News integrale su GeaPress.
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PREOCCUPA IL LAGO VULCANICO DI LAACHER SEE
C'è preoccupazione in merito alla possibilità che il vulcano di Laacher See, vicino Bonn, in Germania, possa tornare ad eruttare. Da quasi un anno si stanno registrando numerosi sciami sismici anomali, in una zona che di per sé presenta una bassa attività sismica.
Lo sciame sismico degli ultimi mesi incute una certa preoccupazione e ci sarebbero alcuni segnali che farebbero pensare al peggio: secondo gli esperti non sarebbero affatto remoto le possibilità che il gigantesco vulcano dorminente di Laacher See possa tornare in attività. Il vulcano, che prende il nome dal lago sotto il quale è nascosto, erutta mediamente ogni 10 - 12mila anni. Proprio questo è l'elemento che crea maggiore apprensione agli studiosi, poiché incrociando i dati viene fuori che l'ultima eruzione risale a circa 12.900 anni fa.
L'allarme relativo ad una possibile eruzione naturalmente riguarderebbe non solo la Germania, ma anche gran parte delle nazioni europee, compresa l'Italia. Secondo le proiezioni il problema principale sarebbe legato alle ceneri, che potrebbero facilmente ricoprire soprattutto il Nord dell'Italia, che pagherebbe il prezzo della maggiore vicinanza con la Germania. Conseguenze di vario tipo potrebbero riversarsi anche su altri Stati vicini, comprese grandi capitali europee come Parigi e Londra.
Le stime peggiori porterebbero conseguenze drammatiche, con evacuazioni di massa e raffreddamento globale a causa dell'oscuramento del sole per la nube di cenere. Le ripercussioni sul clima potrebbero essere almeno pari a quelle del Pinatubo, una tra le eruzioni vulcaniche più importanti che aveva effettivamente raffreddato pur temporaneamente il clima sulla Terra. Venne iniettata nella stratosfera un'enorme quantità di gas superiore ad ogni eruzione successiva a quella del Krakatoa del 1883. La temperatura globale diminuì di mezzo grado Celsius e il buco dell'ozono registrò un netto incremento.
Non vi è comunque alcuna prova scientifica che il vulcano in questione si risveglierà davvero entro poco tempo, o se invece passeranno ancora almeno centinaia di anni. Sono tanti i vulcani insidiosi che, in caso dovessero accendersi, sarebbero una minaccia per il clima della Terra: alcuni di questi sono situati in Islanda, fra cui il temutissimo Katla. Ricordiamo proprio in Islanda l'eruzione di quasi due anni fa dell'Eyjafjallajokull, che aveva generato pesanti ripercussioni per moltissimi giorni al traffico aereo. Fonte: Meteogiornale.

25 GENNAIO

TANTE NUOVE SPECIE DAL 2009 AL 2011
Sono ben 19.232 le nuove specie descritte dalla scienza nel 2009, l'ultimo anno per cui si dispone di un censimento completo, e di queste ben il 50.6% (9738) sono insetti. Al secondo posto si piazzano le piante vascolari con 2184 specie nuove (11.3%), seguite dagli aracnidi (ragni, acari & C.) con 1487. Abbastanza scontato il fatto che il numero di nuovi mammiferi sia decisamente più ridotto, attestandosi a 41, una cifra che comunque li colloca - e questo forse era meno scontato - davanti agli uccelli, che sono rappresentati da sole 7 specie.
I dati sono stati forniti dall'International Institute for Species Exploration ospitato dalla Arizona State University, nel quadro del suo periodico Rapporto SOS (State of Observed Species), importante strumento non solo per i tassonomisti, ma anche tutti quelli che sono interesati al problema della conservazione della biodiversità.
Delle 626 specie di crostacei censite, 224 appartengono all'ordine Decapoda, che comprende gamberi, granchi, aragoste, gamberi e gamberetti, mentre fra i pesci a primeggiare sono i percifomi. Fra gli anfibi è netta la prevalenza delle rane che con 133 specie rappresentano il 90% delle nuove scoperte. Fra i rettili primeggiano le lucertole (38 specie) che battono in volata i serpenti (31), rappresentati in gran parte dai colubridi. Per quanto riguarda i mammiferi le novità vengono quasi esclusivamente da pipistrelli (44 per cento) e roditori (39 per cento). Ma il 2009 è stato un buon "anno di scoperte" anche per le specie fossili, ne sono state scoperte ben 1905. In questo caso però insetti e aracnidi arrivano "solamente" al 25.6 per cento. News integrale su LeScienze.
Per maggiori dettagli, qui il pdf del report sulle nuove specie del 2011.

24 GENNAIO

Tartaruga spiaggiata a Ponte SassoDUE TARTARUGHE MARINE SPIAGGIATE NEL PESARESE
Sono due gli esemplari di Caretta caretta trovati spiaggiati lungo le coste del pesarese. Il primo esemplare è stato segnalato a Pesaro, località Baia Flaminia, nella giornata di ieri, mentre il secondo in località Ponte Sasso, nel comune di Fano. In questo periodo sono numerosi gli esemplari trovati spiaggiati lungo le spiagge marchigiane e, fortunatamente, non sempresi tratta di animali in fin di vita o addirittura morti. L'esemplare rinvenuto a Ponte Sasso era in perfetta salute ed è stato consegnato all'Ente Parco del San Bartolo (PU). Credit immagine: Resto del Carlino.
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PESCI E CAMBIAMENTI CLIMATICI: ESISTE UNA RELAZIONE?
In un articolo apparso di recente sulla rivista Nature Climate Change, i ricercatori dell’ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies, hanno "calcolato" le conseguenze dell’aumento della concentrazione di anidride carbonica disciolta nelle acque marine, previsto per fine secolo.
L'acidificazione degli oceani, ovvero l'aumento dell'anidride carbonica disciolta, agisce infatti sul recettore GABA-A, determinando seri cambiamenti nel comportamento dei pesci. I ricercatori hanno catturato alcuni pesci per poi inserirli, una parte in una vasca sottoposta ad un costante aumento della concentrazione di anidride carbonica e l'altra parte in una vasca in condizioni normali. Rispetto al gruppo di controllo della seconda vasca, i pesci della prima mostravano alterazioni della lateralizzazione, dell'udito e dell'olfatto. Ovvero le alterazioni si manifestano sui principali sensi che i pesci utilizzano per predare e per sfuggire alla predazione. Ad alte concentrazioni di anidride carbonica, i pesci manifestano stordimento e perdita dell'orientamento. Le conseguenze per gli ecosistemi marini? Disatrose!
Occorre però aggiungere che, se il trend previsto è esatto, il volume degli oceani aumenterà considerevolmente a causa dello scioglimento dei ghiacci polari antartici, per cui la stessa quantità di anidride carbonica sarà diluita in un volume maggiore rispetto a quello attuale.
Speriamo che alcuni di questi studi non siano "leggermente" forzati; del resto sono ben finanziati gli studi che hanno come protagonista il clima e i suoi cambiamenti, per cui ogno dubbio è lecito.

23 GENNAIO

SE LO SQUALO DIVORA GLI UCCELLINI
Marcus Drymon è un ricercatore del Dauphin Island Sea Lab, un centro di ricerca sulla biologia marina in Alabama. Dal 2006 studia i pesci che vivono nel Golfo del Messico e, nel 2009, durante un controllo di routine, ha catturato uno squalo tigre e lo ha issato sul ponte della sua barca per marcarlo e poi liberarlo. "E in quel momento lo squalo ha rigurgitato delle penne", racconta il ricercatore. In sé non sarebbe un fatto insolito - sostiene Drymon - si sa che gli squali tigre possono divorare anche uccelli marini. La stranezza è che, analizzandole in laboratorio, Drymon ha scoperto che quelle penne appartenevano a un uccello terrestre.
Incuriositi, Drymon e colleghi hanno deciso di indagare sulla dieta degli squali. In due anni ne hanno catturati 50 (quasi tutti a una distanza tra gli 8 e i 16 chilometri dalla costa), ne hanno sezionato lo stomaco e in oltre la metà hanno trovato "penne, becchi, zampe o altre parti del corpo di uccelli", racconta lo studioso. E tutti appartenevano a picchi, tangare, stornelle o altri tipi di oscini, o uccelli canori, un sottordine dei passeriformi. Uccelli terrestri quindi: come erano finiti in bocca agli squali?
Colpa delle piattaforme petrolifere, sostiene Christine Sheppard, esperta dell'American Bird Conservancy. Le luci delle piattaforme spesso disorientano gli uccelli migratori, che finiscono per sbatterci contro o per cadere, esausti, in mare. Solo nel 2010, ad esempio, sono morti più uccelli per le collisioni con le piattaforme che per la fuoruscita di petrolio nel Golfo del Messico. Secondo Sheppard è possibile che gli squali "stiano imparando quali sono le zone in cui possono trovare uccelli da divorare".
Drymon, che pubblicherà i risultati della sua ricerca in un prossimo articolo, sostiene che l'argomento dev'essere ancora studiato. "È possibile che gli squali tigre di questa zona abbiano imparato a sfruttare questo serbatoio di prede", conclude. Fonte: National Geographic.
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ACCORDO TECNICO-SCIENTIFICO E PRODUTTIVO SULLA PESCA TRA ITALIA E LIBIA
Tripoli, 21 gennaio 2012- A margine dell’incontro a Tripoli fra il primo Ministro italiano, Mario Monti, ed il Primo Ministro libico, Abdel Rahim al–Kib, facendo seguito al "Trattato di Amicizia, Cooperazione e Partenariato" firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 fra il Governo Libico ed il Governo Italiano, la Libia e l’Italia hanno sottoscritto questa mattina un accordo in materia di pesca. A firmare lo storico accordo, a Tripoli, sono stati il Sottosegretario alla Pesca del Governo Libico, Abdul Adim Al Gareo, e per la parte italiana, il Presidente del Distretto Produttivo della Pesca, Giovanni Tumbiolo. L’accordo prevede una cooperazione economica, tecnica e scientifica fra i due Paesi nei seguenti settori: pesca; acquacoltura; lavorazione, trasformazione, commercializzazione di prodotti ittici; cantieristica navale; sviluppo dei Porti da pesca libici ed, infine, formazione, ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico. Il punto più importante dell’accordo è quello relativo alla limitazione degli sconfinamenti di pescherecci italiani in acque libiche, attraverso la costituzione di un consorzio/joint venture italo-libico, che permetterà a trenta pescherecci del Distretto della Pesca siciliano di potere pescare a titolo sperimentale e attraverso campagne di ricerca nelle acque libiche [Nota di biologiamarina.eu: come anticipato mesi fa, si tratta evidentemente di accordi unicamente finalizzati al prelievo di prodotti ittici in acque più ricche di risorse, esattamente come accade lungo le coste di altri paesi africani, depredati delle loro gia scarne fonti alimentari]. Fonte: Eurofishmarket.
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CHE COSA SOGNANO I DELFINI?
Durante il riposo un gruppo di delfini in cattività ha iniziato spontaneamente a imitare il richiamo delle balene, udito per caso solo in registrazione e senza essere stati sollecitati in alcun modo a impararlo. Secondo i ricercatori, benché il sonno REM appaia assente nei cetacei, i delfini potrebbero rievocare eventi speciali ascoltati durante il giorno e, forse, sognare. News integrale su LeScienze.
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L'ANIMALE TULIPANO CHE SFIDA LA CLASSIFICAZIONE
Scoperto fra la fauna fossile della Burgess Shale, si alimentava grazie a un sistema di filtraggio dell'acqua che non ha riscontro in altri animali e si ancorava al fondo con un lungo stelo. Non potendo essere assegnato ad alcuno dei taxa attuali, testimonia l'esistenza nel Cambriano di un maggiore livello di biodiversità rispetto a quella di oggi. News integrale su LeScienze.

22 GENNAIO

SCOPERTO IL PRIMO FUNGO CHE FRUTTIFICA SOTTO L'ACQUA

Psathyrella aquatica
Credit: R. Coffan

Nell'ambiente acquatico, sia nei mari che nelle acque dolci, esistono centinaia di specie di funghi microscopici, organismi ancora poco noti ed enigmatici, associati ad alghe, detriti, mangrovie, pesci ecc...Ma ora arriva dall'Oregon una scoperta a dir poco eccezionale: il primo corpo fruttifero di un fungo che si sviluppa sott'acqua. Per la precisione nelle acque del Rogue River, non lontano da Jackson County, Oregon.
Nello stesso ambiente, esistono probabilmente più specie di fungi. Per il momento il nome di una delle nuove specie è Psathyrella aquatica. Qui è possibile vedere un video della scoperta.
Reference: Frank, J.L., R.A. Coffan and D. Southworth. 2010. Aquatic gilled mushrooms: Psathyrella fruiting in the Rogue River in southern Oregon. Mycologia 102(1):93-107.
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MONOPOLI: IL PRIMO NO TRIV DAY
Si è tenuto ieri, a Monopoli, il No Triv Day, giornata di protesta contro le trivellazioni nel Mar Adriatico. La Puglia, con Abruzzo e Basilicata, è tra le regioni che rischiano direttamente gli effetti devastanti dell’inquinamento causato dalla ricerca di gas petrolio.
A smentire le voci di una vittoria dei cittadini pugliesi, avendo le proteste bloccato un articolo sulle trivellazioni data dal Governatore Vendola, rispetto a una riconsiderazione del governo in merito alle perforazioni in aree marine pregiate, è Angelo Bonelli, presidente della Federazione dei Verdi che dal suo profilo Fb spiega: "Sulle trivellazioni petrolifere avevamo ragione noi: confermiamo quello che abbiamo denunciato ieri e, le smentite che sono arrivate, suonano come delle prese in giro. Con gli articoli 16 e 17 del decreto sulle liberalizzazioni sarà possibile fare trivellazioni petrolifere nelle aree marine e naturali pregiate, che sono Aree Marine Protette di prossima istituzione, come l’Isola di Pantelleria, il Canale di Sicilia e gran parte del territorio della Basilicata".
Le trivellazioni off shore in Adriatico, prima furono approvate dall’ex ministro Prestigiacomo e, oggi, sono nuovamente riapparse nel decreto delle liberalizzazioni presentato dal governo Monti, con un cadeau in più per i petrolieri: anziché a 15 miglia dalla costa possono perforare fino a 5 miglia. In pratica laddove vi è anche un’area marina protetta e non è possibile mettere impianti eolici off shore, è possibile mettere piattaforme per l’estrazione di petrolio.
Un buon approfondimento sui vari articoli con spiegazioni qui. Qui tutti i video con gli appelli contro le trivellazioni. Fonte: Ecoblog.

20 GENNAIO

MAR PICCOLO: MOLLUSCHI, RICCI DI MARE, AUTO ED ARMI
Un caso di grave inquinamento dell’ambiente marino, aggravato dalla particolarità del luogo. Nel Mar Piccolo 'sito inquinato di interesse nazionale', la Capitaneria di Porto di Taranto ha rinvenuto un vero e proprio cimitero di auto sommerso e tanto altro ancora.
Nel primo intervento, avvenuto ieri, sono state rinvenute una cinquantina di automobili, alcuni scooter, cavi metallici di vario genere e grossi fusti dal contenuto ignoto, sommersi a circa 5 - 10mt di profondità, nei pressi del mercato ittico di Taranto. Il pessimo stato di conservazione delle automobili fanno ritenere che il loro abbandono in acqua fosse avvenuto in un recente passato. Alcune auto, per altro, munite di targa, sono risultate rubate.
Oggi, invece, nel proseguo delle operazioni sono state scoperte altre 21 carcasse di autovetture e,  a circa 8 metri di profondità, persino una pistola, sempre in località I° Seno, nei pressi della 'discesa vasto'. L’arma, ritrovata in cattive condizioni di conservazione, a causa delle incrostazioni presenti sulla superficie, è stata sottoposta a sequestro penale e messa a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
E tra auto, armi abbandonate e rifiuti non meglio identificati non potevano mancare…i molluschi! I militari della Guardia Costiera, infatti, hanno rinvenuto sul fondo anche alcuni contenitori colmi di molluschi di vario genere tra cui soprattutto cozze, ostriche e cannolicchi, confezionati in reti pronte per la commercializzazione, per un totale di circa 90 kg, oltre a tre contenitori pieni di ricci di mare, per un totale di circa 2.000 esemplari, anch’essi pronti per la commercializzazione. I contenitori con il loro 'speciale' carico erano assicurati alla superficie con apposite funi collegate a gavitelli al fine di favorirne il rapido recupero. L’intero pescato è stato sequestrato penalmente, a causa del divieto vigente in tutto il I° Seno del Mar Piccolo di Taranto, di raccolta dei molluschi proprio a seguito dei noti recenti accertamenti di natura sanitaria condotti in quelle acque. Il pescato, sottolinea la Guardia Costiera, era pronto per essere commercializzato con evidenti gravi pericoli per la salute pubblica.
Ma le sorprese per i subacquei della Capitaneria non finiscono qui. Infatti, durante le immersioni sono stati trovati anche alcuni reperti risalenti con ogni probabilità all’epoca romana. Gli oggetti rinvenuti, in attesa degli accertamenti della Sovrintendenza dei Beni Archeologici di Taranto, sono custoditi nei locali di questa Capitaneria di Porto. A scoprire la maxi discarica sono stati i militari del Nucleo Operativo Difesa Mare della Guardia Costiera di Taranto, in collaborazione con gli operatori del III Nucleo subacquei della Guardia Costiera di Messina. Fonte: GeaPress.
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FUKUSHIMA: LA TEPCO TENTENNA. ALTRA ACQUA RADIOATTIVA
La Tokyo Electric Power Company (Tepco), che gestisce il cadavere radioattivo della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, sta cercando di determinare lo stato del combustibile nucleare fuso all'interno dei reattori 1, 2 e 3 ed ha reso noto un video di 30 minuti ripreso all'interno del reattore 2, per la prima volta dopo il terremoto/tsunami e il disastro nucleare dell'11 marzo 2011. La Tepco sta utilizzando fibre ottiche per penetrare all'interno del reattore attraverso un buco endoscopio nel containment vessel.
Il filmato, pubblicato anche dal network radio-televisivo giapponese NHK, inizia all'interno del diaframma che porta al containment vessel: le fibre ottiche, come in un'endoscopia, hanno raggiunto l'interno del reattore, ma le immagini sono disturbate da puntini bianchi causati dai raggi gamma. News integrale su GreenReport.
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LIBERALIZZAZIONI: TRIVELLARE PETROLIO E GAS RAPIDAMENTE E OVUNQUE
Lo avevamo già anticipato GreenReport qualche giorno fa, ma ora c'è la conferma che nella bozza delle liberalizzazioni è previsto un nuovo via libera alle trivellazioni petrolifere e gasiere selvagge nei mari italiani. Per il ministro Corrado Clini, però, sono indiscrezioni "prive di fondamento. A questo proposito il Ministro dell'Ambiente fa presente che la protezione del mare e delle coste è la priorità del nostro lavoro di queste ore".
Speriamo, perché la bozza del decreto sulle liberalizzazioni, incompleta ma che domani avrebbe dovuto arrivare al Consiglio dei Ministri, all'articolo 20 prevede incentivi per i territori dove vengono trovati giacimenti di gas e petrolio, poi all'articolo 22 si ripropone esplicitamente di favorire la ricerca di idrocarburi nelle acque territoriali italiane. Il comma 2 dell'articolo 21 dice che il limite spaziale per le perforazioni off shore passa da 12 a 5 miglia marine, praticamente sottocosta. Si tornerebbe indietro addirittura rispetto al timido ripensamento dell'ex ministro Stefania Prestigiacomo, che dopo le proteste nell'Arcipelago Toscano, alle Tremiti e nelle isole minori siciliane, decise nel 2010 di spostare il limite di divieto di trivellazioni di 5 miglia dalla costa a 12 miglia dalle aree protette e di vietare ogni attività di ricerca petrolifera nel Santuario Internazionale dei Mammiferi Marini Pelagos.
La cosa incredibile è che questa scelta del governo tecnico venga giustificata con la richiesta di agenzie che lo stesso governo e le forze politiche in coro definiscono inaffidabili e rappresentanti della finanza di rapina che ha distrutto intere economie. Infatti nel testo della bozza si legge: "Lo sviluppo delle attività di prospezione e coltivazione di idrocarburi è tra i parametri oggetto di valutazione da parte delle Agenzie di Rating per la stima della solidità economica degli Stati. A titolo esemplificativo, si rileva che tra le ragioni che hanno indotto, lo scorso 9 settembre, Standard & Poor's ad alzare il rating di Israele ad A+ da A, c'è stata proprio la decisione del governo israeliano di sviluppare le attività di ricerca e prospezione degli idrocarburi nelle proprie acque territoriali". News integrale su GreenReport.
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SEA SHEPHERD: FERITI TRE MEMBRI DELL'EQUIPAGGIO
L'aggressività dei balenieri giapponesi si è intensificata: hanno cominciato a gettare rampini (ganci ad uncino, n.d.t.) contro le navi di Sea Shepherd. Due membri dell’equipaggio della Steve Irwin sono stati colpiti alle spalle con questi ganci e un altro, Brian Race, è stato colpito per ben due volte al volto con un lungo bastone di bamboo, il quale gli ha provocato lacerazioni sopra l’occhio destro e sul naso.
Russell Bergh, Sud Africa (35 anni) un cameraman di Animal Planet, è stato colpito al braccio destro con un rampino gettato dalla nave arpionatrice che gli ha provocato una brutta contusione. Anche il fotografo francese Guillaume Collet (27 anni) è stato colpito al braccio destro e alla spalla da un rampino che ha provocato anche a lui una brutta contusione. Fonte: SeaShepherd.
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FERMATO FINALMENTE NANDO NO LIMITS, PESCATORE DI FRODO
Si faceva chiamare Nando No Limits il pescatore di frodo palermitano fermato lo scorso dicembre nell’approdo della Bandita – Acqua dei Corsari. Trentadue anni ed una lunga esperienza in mare, anche come pescatore di frodo. Minimo dieci chili di pesce ad immersione. Tutto da rivendere ai ristoranti, così come appurato dalla Capitaneria di Porto di Palermo. In pochi, però, sanno la vera storia di Nando No-Limits, il quale è riuscito a sommergere di denunce numerosi uffici sia della Polizia Postale che della stessa Capitaneria di Porto, sparsi per l’Italia. A denunciarlo sono stati gli stessi pescatori subacquei. News integrale e video su GeaPress.

18 GENNAIO

NAUFRAGIO CONCORDIA: ARRIVATI I TECNICI CHE SI OCCUPERANNO DELLO SVUOTAMENTO DEI SERBATOI
Sono arrivati con il traghetto poco dopo le 16, all’Isola del Giglio, una ventina tra tecnici e ingegneri della società olandese Smit Salvage e da quella italiana che fa capo ai Fratelli Neri, le società specializzate incaricate dalla Costa Crociere per recuperare il carburante dai serbatoi della nave Concordia. "Inizieremo i lavori prima possibile, non abbiamo ancora il via libera dei soccorritori, la priorità è loro. Finché esiste la possibilità, anche la minima, cercheranno di trarre in salvo i dispersi. Il nostro lavoro è subordinato al loro ok. Noi stiamo valutando la logistica, la possibilità sul come intervenire".
Sono oltre 2.300 le tonnellate di carburante. Se tutto andrà bene e la nave non si sposterà dal luogo in cui è incagliata, le operazioni di pompaggio del carburante potrebbero iniziare già nei prossimi giorni e dovrebbero durare circa un paio di settimane. Fonte: IlFattoQuotidiano.
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NAUFRAGIO CONCORDIA: I DIRITTI DEI PASSEGGERI
Ricordiamo la legge sui tempi di contestazione: la richiesta dei rimborsi va fatta entro 10 giorni dal rientro, altrimenti si perde il diritto. L'invio della richiesta tramite raccomandata A/R al tour operator presso cui si è prenotato il viaggio, serve a bloccare la prescrizione del diritto. Una cosa importante da ricordare: il proprio interlocutore è il tour operator e non l’armatore. I turisti dovranno quindi rivolgersi al tour operator che ha organizzato il pacchetto viaggio.

16 GENNAIO

CONTROLLI SUL COMMERCIO E LA PESCA DELLE ANGUILLE
Più di 160 controlli, 7 notizie di reato, 9 sequestri amministrativi, per un importo totale di sanzioni di oltre 39mila euro. È il bilancio della campagna di controlli in tutta Italia sul commercio delle anguille tutelate dalla Convenzione Internazionale di Washington, per la salvaguardia delle specie animali e vegetali a rischio di estinzione. Le violazioni accertate hanno riguardato il rispetto, oltre che della normativa sul commercio di specie minacciate, anche dell'etichettatura dei prodotti, della tracciabilità e della salubrità della loro conservazione. I controlli sono scattati a seguito dell'invito della Commissione Europea, rivolto a tutti gli stati membri, ad effettuare le indagini necessarie per assicurare la legalità della filiera commerciale dell'anguilla europea, inclusa nel 2009 nell'Appendice II della Convenzione di Washington.
Le attività di controllo sono state condotte dal Corpo Forestale dello Stato, congiuntamente al Corpo delle Capitanerie di Porto e hanno previsto anche l'attivazione di verifiche a livello doganale, realizzate con l'Agenzia delle Dogane, al fine di assicurare il rispetto del blocco dell'import-export di anguilla europea. È stata verificata la sostanziale legalità della filiera commerciale che è risultata alimentata da anguille provenienti, oltre che dalle regioni italiane munite di apposito piano di gestione, dalla Grecia, dall'Olanda e dalla Francia. Numerosi sono i fattori che, negli ultimi 30 anni, hanno determinato il forte declino delle popolazioni selvatiche dell'anguilla, tra cui la pesca per il fiorente commercio locale ed internazionale della specie, minacciata in tutti gli stadi della sua particolare esistenza. Tutte le specie di anguilla hanno un ciclo vitale catadromo, trascorrono tutta la loro vita nelle acque dolci dei fiumi, dei laghi o degli estuari, per poi ritornare verso l'oceano dove avviene la riproduzione.
I controlli hanno interessato tutte le regioni italiane e sono stati finalizzati ad accertare che il prodotto venduto fosse stato pescato in conformità al RegolamentoComunitario sulla ricostituzione degli stock di anguilla europea che prevede l'attuazione di appositi piani di gestione e l'adozione di diverse misure, tra le quali la riduzione del 50 per cento delle catture, il ripopolamento degli habitat con il 60 per cento delle anguille pescate in età giovanile (ceche) e l'uso di accorgimenti per facilitare il passaggio dei pesci attraverso gli ostacoli posti lungo i corsi d'acqua. Le attività di controllo si estenderanno nei prossimi giorni alle attività di pesca che, ovviamente, non saranno consentite nelle regioni italiane che non hanno presentato piani di gestione conformi ai sensi della regolamentazione europea.
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NAUFRAGIO CONCORDIA: QUALI POLITICHE E QUALE FUTURO PER IL TIRRENO?
Egregio ministro Clini, benvenuto a Livorno e benvenuto davanti al mare toscano, segnato dai tragici avvenimenti degli ultimi giorni. Questa visita le fa onore dal momento che non eravamo più abituati a incontrare un Ministro dell'Ambiente sui luoghi dei disastri ambientali. Sia che si trattasse di disastri reali, come quelli di novembre in Lunigiana, all'Isola d'Elba, in Val di Vara, a Genova e alle Cinque Terre, sia che si tratti di disastri ambientali potenziali, come quelli che minacciano il nostro mare in questi giorni. E siamo certi anche che la sua visita non sarà cerimonia e basta, ma l'occasione per riprendere finalmente in mano il bandolo di una matassa colpevolmente abbandonata per troppi anni. Ci riferiamo alle politiche di tutela del mare per le quali da tempo non registriamo alcun avanzamento, semmai clamorosi passi indietro. Già, perché questo mare dovrebbe essere anche un mare protetto. Protetto da accordi internazionali, come quelli che hanno dato vita a Pelagos, il Santuario dei Cetacei, protetto da decreti del Presidente della Repubblica, come quello che ha voluto il Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano e protetto anche da decreti del suo ministero come quello che ha istituito l'Area Marina Protetta delle Secche delle Meloria.
Tanti provvedimenti, tante misure di protezione che non hanno impedito gli eventi di questi giorni, firmati peraltro da due fra i più grossi gruppi navali italiani. C'è una nave del gruppo Grimaldi che trasporta sostanze pericolosissime che può decidere di navigare con una mare forza 10 sfidando la sorte. E c'è una nave da crociera del gruppo Costa che può avventurarsi a poche decine di metri dalla costa, laddove sarebbe proibito navigare anche a un gozzetto. È probabile addirittura, signor Ministro, che lo scoglio incastrato nella chiglia della Costa Concordia sia un pezzo della Zona A del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, la zona più delicata e, di conseguenza, quella a protezione integrale. E poi ci sono i bracconieri del mare che praticano la pesca illegale, ci sono i pirati dei giorni nostri che lavano abusivamente le cisterne in navigazione, c'è il tentativo di realizzare trivellazioni petrolifere fra le isole di Pianosa e Montecristo e, ancora, chi pretende di organizzare in queste acque gare di offshore (è successo quest'estate a La Maddalena e qualche tempo fa proprio tra l'Elba e il Giglio!).
È evidente che qualcosa non funziona, che è arrivato il momento di decidere se abbandonare il santuario Pelagos al suo destino, con una sede a Genova ancora chiusa e dodici anni di inattività alle spalle, o riprendere con determinazione la strada per una tutela attiva di questo territorio, per un rilancio delle sue aree protette e delle politiche del mare che facciano leva sulle migliori maestranze e competenze che il nostro Paese, e questa regione in particolare, possiedono. Solo da qualche mese il suo Ministero ha ripristinato il servizio di prevenzione e intervento contro i rischi di inquinamento dopo anni di cancellazione, anni in cui ci siamo affidati alla buona sorte piuttosto che a un serio lavoro di pronto intervento. Ecco una strada interessante che consente di presidiare questi luoghi, di creare occasione di lavoro pulito per molti marittimi, ma ancora non si hanno certezze sulla copertura finanziaria del servizio per i prossimi anni.
Se i fusti tossici si dovessero aprire o se il carburante della Costa Concordia cominciasse a fuoriuscire dai serbatoi i costi connessi ai rischi per la salute dei cittadini e per l'economia turistica della zona sarebbero incalcolabili. Un paese civile non può permettersi di incrociare le dita e scommettere sulla buona sorte, ma deve individuare strade reali, indicare prospettive di sviluppo concreto e assumere scelte coerenti in questa direzione. Cogliamo la crisi di questi giorni per dare un futuro al nostro mare.
Buon lavoro, signor Ministro. Fonte: GreenReport.
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NAVI SOTTOCOSTA: ABITUDINI CONSOLIDATE
Ne parlammo tempo fa anche noi di biologiamarina.eu. Le grandi navi da crociera e gli aliscafi navigano indifferenti anche nelle acque soggette a tutela integrale. Accade spesso alle Egadi, come denunciato da molti nostri lettori, all'Isola del Giglio e a Giannutri. In questi ultimi casi come denunciato da Legambiente, le enormi ancore arano il fondale per centinaia di metri producendo devastazioni incalcolabili sulle praterie di Posidonia e in genere sulle comunità bentoiniche.
Il gruppo di Legambiente di Giannutri sottolinea: "La grande biodiversità delle Isole che compongono il Parco Nazionale dell'Arcipelgo Toscano, viene vista dalle Compagnie da crociera ma anche da diversi amministratori, non ultimo il Sindaco del Giglio, Ortelli, solo come mera fonte di denaro. Queste Isole meriterebbero ben altra considerazione e protezione perché la loro ricchezza non può essere valutata nel denaro che portano nelle casse di pochi. La loro ricchezza è nella possibilità che ogni visitatore ha, di entrare in contatto con un ambiente ancora intatto (per quanto ancora?), a patto però che lo faccia con rispetto e attenzione". Fonti varie.
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ISOLA NEONATA NEL MAR ROSSO
Le prime avvisaglie risalgono a poco più di un mese fa: il 13 dicembre dei pescatori hanno segnalato un’eruzione vulcanica nel bel mezzo del Mar Rosso. Ed eccola qui oggi, la nuovissima isola nell’arcipelago di Zubair (a largo delle coste yemenite). Mezzo chilometro da est a ovest per circa 700 metri da nord a sud. Non molto, ma datele tempo: è appena nata.
Non sono fenomeni rarissimi, ma sono interessanti per la tettonica sottostante. Il Mar Rosso è evidentemente una zona molto attiva e la 'base' della nuova isola, una montagna subacquea, probabilmente è vecchia di milioni di anni, spiegano i vulcanologi (il processo di apertura del Mar Rosso sarebbe iniziato ben 34 milioni di anni fa). Fonte: OggiScienza.

13 GENNAIO

SEA SHEPHERD: LA NAVE ARPIONATRICE YUSHIN MARU N. 3 CONTINUA A SOSTARE IN ACQUE AUSTRALIANE
Da giorni, la nave arpionatrice giapponese Yushin Maru N.3 continua a trattenersi nell'Area Patrimonio Mondiale dell'Umanità e nelle acque territoriali al largo dell'Isola Macquarie, Australia. Questo, nonostante la richiesta da parte delle autorità australiane, di abbandonare le proprie acque territoriali.
La nave giapponese sta infrangendo la legge australiana, che vieta l'entrata, a questo tipo di imbarcazione, nella Zona Economica Esclusiva, così come nelle acque territoriali. "A questo punto dovrebbe essere inviata una nave militare presso l'Area Patrimonio dell'Umanità dell'Isola Macquarie, per far valere la legge australiana", ha dichiarato il Senatore Brown.
Forse i giapponesi cercano lo scontro? Fonte: The Greens [modificato].
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METTERE SUL MERCATO LE BALENE, PER SALVARLE
Metterle sul mercato per sottrarle agli arpioni. Sarà probabilmente dura da far accettare agli animalisti, ma la proposta di legalizzare la compravendita di balene, lanciata sulle pagine di Nature questa settimana, potrebbe andare a tutto vantaggio dei cetacei.
Almeno così la pensano i tre firmatari dell’articolo, Cristopher Costello e Steve Gaines della University of California di Santa Barbarainsieme a Leah R. Gerber dell’ Arizona State University, che motivano, cifre alla mano, la loro posizione.
Il bando in vigore dal 1986, non ha ottenuto alcun risultato. La caccia alle balene non si è mai fermata, anzi il numero di esemplari catturati è raddoppiato a cominciare dai primi anni Novanta, arrivando alla preoccupante quota di duemila l’anno. Mille sono uccisi per i presunti scopi scientifici del Giappone, 600 per l’ostinato rifiuto di osservare il divieto di Norvegia e Islanda, 350 per la sussistenza di alcune piccole comunità della Danimarca, della Russia e degli Stati Uniti.
Che qualcosa non abbia funzionato in più di venti anni di proibizionismo se ne era accorta anche la Internatinal Whaling Commission, che nel 2010 aveva cercato di correre ai ripari con una strategia rivoluzionaria: consentire per un periodo di dieci anni ai paesi balenieri la cattura dei cetacei in quote stabilite. Ma le polemiche non stentarono ad arrivare e il tentativo di liberalizzazione precipitò nel vuoto. Forse perché nel progetto della Commissione Baleniera mancava l’unico ingrediente in grado di mettere d’accordo un po' tutti, il denaro. Un errore a cui si può ancora rimediare, dicono i tre autori dell’articolo.
Ecco come: stabilire delle quotebalena che possano essere vendute e comprate all’interno di un mercato controllato dalla stessa IWC. A questa spetterebbe il compito di assegnare ai paesi membri un numero sostenibile di balene, lasciando la libertà a ognuno di decidere cosa farne, se catturale, venderle o lasciarle vivere in pace. Costello, Gerber e Gaines, non si sono inventati nulla e ci tengono a dirlo. La loro strategia somiglia molto a quanto già accaduto negli Usa con il mercato delle emissioni o in Nuova Zelanda, Canada e Islanda con la commercializzazione di quote di pesce. I tre autori sono convinti che, come negli altri casi citati, la strada proposta possa portare benefici all’ambiente: se infatti, nella peggiore delle ipotesi, i paesi cacciatori detenessero tutte le quote disponibili, il numero delle balene cacciate coinciderebbe con la quota sostenibile indicata dall’IWC. Nella migliore delle ipotesi, invece, se ad assicurarsi tutto il mercato fossero i paesi anti-balenieri gli animali sarebbero definitivamente salvi.
A conti fatti, le tasche di entrambi i fronti si ritroverebbero con qualche soldo in più: i paesi balenieri risparmierebbero i milioni di dollari spesi per la caccia, mentre le organizzazioni non governative (GreenpeaceWwfSea Shepherd) potrebbero mettere in salvo molte balene con un budget assai inferiore di quello destinato alle loro campagne di protesta.
Sea Shephard, per esempio, nel 2008 è riuscita a salvare 350 balenottere minori spendendo molti milioni di dollari. Lo stesso risultato si potrebbe ottenere con quattro milioni di dollari. A patto che, con buona pace di chi si rifiuta di prezzare la vita di un animale, il valore economico di una balenottera minore venga fissato intorno agli 11mila dollari. Fonte: Galileonet. Vedere anche Ecoblog e Ecologiae.
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LIBERALIZZAZIONE DELLE SPIAGGE, FAVOREVOLI LE ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE
Per le spiagge, il governo Monti starebbe pensando ad una specie di rivoluzione, selezionando il concessionario sui beni del demanio marittimo attraverso procedure ad evidenza pubblica trasparenti, competitive e debitamente pubblicizzate, secondo il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa. Le concessioni non potranno avere una durata superiore ai 4 anni. Un'idea, contenuta nella bozza del decreto sulle liberalizzazioni, che eliminerebbe la proroga automatica delle concessioni introducendo gare ad evidenza pubblica e trasparenti che piace a Legambiente: il suo presidente nazionale, Vittorio Cogliati Dezza, ha detto che "le gare pubbliche per la concessione delle spiagge rappresentano un segnale importante per avvicinare l'Italia all'Europa. Ci auguriamo che il Governo Monti riesca a realizzare questo importante cambiamento che metterebbe fine alla diffusa pratica della "privatizzazione" delle spiagge garantendo ai cittadini il diritto ad usufruire liberamente degli arenili e darebbe un freno al cemento sulle rive. "La proposta inserita nella bozza di decreto che riconosce ai precedenti concessionari il diritto di prelazione con offerta adeguata al concorrente vincitore della gara costituirebbe un valido strumento per combattere l'incivile usanza tutta italiana, di privatizzare un bene comune a tutto vantaggio di pochi eletti e cancella, finalmente, il diritto di superficie proposto dal precedente governo, ponendo concretamente un freno alla cementificazione delle spiagge".
Per il WWF la bozza presentata dal governo rappresenta una "battuta d'arresto per il business dei privati sulle concessioni delle spiagge ai danni dello Stato. "Il provvedimento - spiega - risponde finalmente alla Direttiva Europea Bolkestein, che detta le regole per la libera concorrenza e recupera i principi temporali posti alla base del codice delle concessioni. L'assenza di gare per la gestione delle aree demaniali degli arenili destinati a stabilimenti balneari rappresenta storicamente un enorme guadagno per i privati, che per decenni hanno goduto di condizioni di privilegio e, di conseguenza, significative entrate in meno per lo Stato". Secondo il dossier Sabbia: l'Oro di Tutti a Vantaggio di Pochi, presentato nel 2010 dal Panda "gli introiti per lo Stato derivanti dalle concessioni demaniali sono di circa 103 milioni per 18 milioni di metri quadri dati in concessione, ovvero circa 5 euro e 72 centesimi all'anno a metro quadro, contro i 2 miliardi di euro dichiarati dai gestori. Ma secondo alcune stime le imprese legate alla balneazione arrivano addirittura a guadagni di oltre 16 miliardi di euro all'anno".
Il WWF sottolinea che "il problema delle aree demaniali marittime è anche quello di congelare il rilascio di nuove concessioni visto che gli stabilimenti balneari sono passati da circa 5mila di 10 anni fa a quasi 11mila di oggi. Esiste dunque una grandissima possibilità di aumento degli introiti economici a vantaggio pubblico senza un'ulteriore occupazione di suolo e senza pregiudicare la libera fruizione delle nostre spiagge, e il provvedimento del Governo sta andando in questo senso". Fonte: Greenreport.
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L'ANFIBIO PIÙ PICCOLO AL MONDO
Si tratta di una rana terrestre: la sua scoperta e il suo studio possono chiarire il significato evolutivo dell'estrema miniaturizzazione a cui sono andate incontro alcune specie, un processo che, considerate le alterazioni anatomo-fisiologiche e la minore fecondità che comporta, sembrerebbe offrire ben pochi vantaggi. Testo integrale su LeScienze.

11 GENNAIO

LAGO POYANG IN SECCA, SI DISTRIBUISCE IL CIBO CON ELICOTTERI
Dalla Cina arriva la notizia che le autorità della provincia dello Jiangxi, hanno deciso di impiegare degli elicotteri per affrontare una nuova emergenza: più di 500.000 uccelli migratori che svernano nell'area del Poyang rischiano di rimanere senza cibo proprio a causa della riduzione di più di 200 km quadrati della superficie del lago. Wu Heping, un alto responsabile della riserva naturale del Poyang, ha detto all'agenzia ufficiale Xinhua che "La prima distribuzione sarà effettuata prima della festa di primavera, o il nuovo anno cinese, che quest'anno cade il 23 gennaio, al fin di assicurarsi che agli uccelli non manchi il cibo durante il resto dell'inverno".
Il lago Poyang è uno dei siti di svernamento più importanti per gli uccelli migratori dell'Asia e ci si fermano uccelli di 52 specie diverse, tra le quali alcune a rischio di estinzione, come la piccola gru monaca (Grus monacha) e la gru dal collo bianco (Grus vipio). Fonte: GreenReport.
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STRANI PESCI TRANS
Nascere femmina, diventare maschio e tornare femmina per mettere al mondo la prole. Non succede solamente nei film di Pedro Almodóvar: i piccoli e coloratissimi pesci falco (Cirrhitichthys falco), che popolano gli scogli dell’isola giapponese Kuchino Erabu, cambiano sesso con estrema disinvoltura, tornando alle origini senza alcuno sforzo e riuscendo persino a deporre le uova una volta rientrati nei panni femminili. Una performance finora mai osservata: in altre specie di pesci, infatti, il cambiamento è irreversibile e la femmina che si trasforma in maschio rinuncia per sempre alla maternità. A rivelare questo inedito comportamento sono stati, sulle pagine di Ethology, i ricercatori dell’Università di Hiroshima dopo aver per tre anni l’altalena transgender di 29 pesci falco.
Grazie alle loro osservazioni, gli studiosi hanno scoperto che diversamente da altre specie ermafrodite che sono geneticamente predisposte a ospitare in unico organismo entrambi i sessi, i pesci falco hanno alla nascita un’unica identità sessuale, quella femminile. Tuttavia, se per esempio, il maschio dominante non riesce ad accoppiarsi con tutte le femmine dell’harem o viene improvvisamente a mancare, una di loro, la più grande, cambia sesso per portare a termine il lavoro già iniziato. Nel caso in cui entrasse in competizione con il 'sovrano' di un altro harem, però, non esiterebbe a ritornare femmina per sottrarsi allo scontro.
Questi piccoli pesci della famiglia dei Cirritidi sono quindi capaci di decidere, a seconda delle circostanze, il genere che gli fa più comodo. E riescono a completare la trasformazione in tempi record: per cambiare comportamento bastano pochi minuti, per modificare l’organismo serve qualche giorno e per la metamorfosi completa solo due settimane. Ma come avviene il cambiamento? Gli eventi che mettono in moto il processo possono essere vari: l’improvvisa scomparsa di un maschio può, per esempio, indurre una femmina a prendere il suo posto. Ossia, biologicamente parlando, a produrre testosterone invece che estrogeni. Salvo poi tornare indietro all’occorrenza. "L’abilità di poter cambiare sesso in modo bidirezionale è un sistema molto efficace per massimizzare il valore riproduttivo individuale", commenta Tatsuru Kadota, alla guida del team di ricercatori giapponesi autori della scoperta. Questa anomala versatilità, da femmina a maschio e ritorno, non poteva certo sfuggire a Zoologger, la colonna che il New Scientist dedica agli 'extraordinary animals' . Per questa settimana il Cirrhitichthys falco è il primo della lista. Fonte: Galileonet.
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DEEPWATER HORIZON, LA BP CHIEDE I DANNI

British Petroleum e l’americana Halliburton, ritenuti i principali responsabili dell'incidente del 2010 alla piattaforma DeepWater Horizon, da mesi cercano di addossarsi l'un l'altro le responsabilità dell’esplosione che portò anche alla morte di 11 operai

Continua la battaglia legale fra British Petroleum e l’americana Halliburton. I due colossi petroliferi, ritenuti i principali responsabili del terribile incidente del 2010 presso la piattaforma DeepWater Horizon, da mesi cercano di addossarsi l’un l’altro le responsabilità dell’esplosione che portò anche alla morte di 11 operai. In particolare BP, provata dalle spese dovute alla pulizia dei mari del Golfo del Messico, sta facendo il possibile per rientrare di una parte dei costi. Come? Con indennizzi dalle altre imprese coinvolte nella vicenda e, soprattutto, richiedendo presso la Corte Federale di New Orleans, un risarcimento da 20 miliardi di dollari proprio ad Halliburton. Che, secondo la compagnia britannica, avrebbe addirittura distrutto prove sulla vera causa della tragedia: la scarsa qualità del cemento fornito per costruire il pozzo Macondo.
Dopo le pesanti perdite economiche e finanziarie, legate al disastro ambientale più grave della storia statunitense, BP è sempre meno disposta a prendersi tutte le colpe e gli oneri dell’accaduto. E oltre a un minimo di immagine vuole ora recuperare, come scritto in un documento firmato dal suo legale, Don Haycraft: "i costi e le spese che le sono stati imputati per la pulizia della marea nera". Spese che ammontano finora a 14 miliardi di dollari, necessari appunto per ripulire (parzialmente) l’area e rimborsare alcune vittime della catastrofe, ma che si stima possano raggiungere i 42 miliardi.
Gli sforzi fatti in questo senso hanno già portato BP ad ottenere dei risarcimenti. L’ultimo in ordine di tempo è quello ricevuto il mese scorso dalla Cameron International, ditta americana produttrice del Blowout Preventer (BOP), dispositivo – rivelatosi difettoso già prima dell’incidente, secondo le testimonianze di alcuni operai – con il compito di mettere in sicurezza i pozzi durante la perforazione quando i fluidi del sottosuolo escono accidentalmente all’esterno. Un accordo che ha permesso alle due compagnie di dare fine ai loro contenziosi e a BP di intascare in un colpo solo 250 milioni di dollari.
Ma la svizzera Transocean, proprietaria della piattaforma e soprattutto la texana Halliburton, sono ossi ben più duri delle altre società coinvolte nelle querelle legali in corso e, sin dall’inizio, stanno cercando di tutelarsi e di rivalersi a loro volta sulle inadempienze di BP. I legali della multinazionale di Houston hanno infatti risposto alla richiesta di indennizzo attraverso un rapporto di 854 pagine, in cui non solo si ricorda come per contratto la corporation loro cliente sia esente da ogni responsabilità, ma in cui si accusano proprio i dipendenti BP, non propriamente addestrati dalla loro compagnia, di aver causato l’esplosione sulla piattaforma. Testo integrale qui. Il riassunto della vicenda DeepWater Horizon si trova qui.

10 GENNAIO

QUELLA TARTARUGA GIGANTE ESTINTA, MA NON TROPPO
Insieme ai fringuelli, le tartarughe giganti delle Galápagos, hanno avuto il merito di essere state una delle principali fonti di ispirazione per l'elaborazione da prte di Darwin della teoria dell'evoluzione. Durante il suo storico soggiorno alle Galápagos, nel 1835, Charles Darwin notò infatti che il carapace delle tartarughe differiva a seconda delle isole su cui esse vivevamo.
Il carapace di Chelonoidis elephantopus, indigena dell'isola di Floreana, aveva per esempio una forma a sella, mentre quello delle tartarughe presenti su altre isole era a forma di cupola.
Sfortunatamente, nei decenni successivi la frequentazione sempre più intensa di quelle acque da parte delle navi baleniere portò all'estinzione di alcune specie di queste tartarughe, considerate dagli equipaggi un'ottima provvista di cibo. Fra queste vi era la specie C. elephantopus, scomparsa da Floreana proprio negli anni in cui Darwin diede alle stampe L'evoluzione delle specie. O almeno, così si è creduto finora.
Nel corso di uno studio condotto da ricercatori della Yale University, della University of British Columbia e dell'Università di Firenze e pubblicato su Current Biology, si è infatti scoperto che i diretti discendenti, e più precisamente i figlio, di almeno 38 individui di Chelonoidis elephantopus vivono sulle pendici vulcaniche dell'isola di Wolf - sulla quale è presente una ricca popolazione di questi animali, per lo più appartenenti alla specie C. becki - in prossimità della costa settentrionale dell'isola di Isabela, situata a 200 miglia da Floreana.
La scoperta è stata resa possibile dall'analisi genetica di un cospicuo numero di tartarughe che vivono sull'isola (1669 individui, all'incirca il 20 per cento della popolazione di tartarughe stimata) e dal confronto con quello di C. elephantopus, ottenuto da reperti museali. Le analisi condotte hanno rivelato che alcuni degli esemplari testati dovevano avere uno dei genitori appartenente alla razza pura della specie mancante. Cosa particolarmente interessante, in 30 dei casi rilevati, le tartarughe non avevano più di 15 anni: considerato che la durata della vita di questi animali può superare i cento anni, c'è un'alta probabilità che alcuni esemplari puri di C. elephantopus siano ancora vivi.
Secondo i ricercatori lo spostamento delle tartarughe da Floreana a Wolf deve essere avvenuto, forse in più occasioni, a opera di qualche nave baleniera o pirata nel corso del XIX secolo.
"Questo non è stato solo un esercizio accademico", ha osservato Gisella Caccone, autrice senior dell'articolo. "Se riusciamo a trovare questi individui, possiamo restituirle alla loro isola d'origine. Questo è importante in quanto questi animali hanno un ruolo cruciale nel mantenere l'integrità ecologica delle comunità insulari. Fonte: LeScienze.
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CERVIA: SEQUESTRATI CIRCA 100 KG DI PRODOTTI ITTICI
I controlli intensificati in occasione delle festività di fine anno da parte della Guardia Costiera di Cervia, sull’intera filiera ittica, hanno portato al sequestro di oltre un quintale di pescato non tracciato. Elevate sanzioni amministrative per oltre 16.000 euro. Nove i soggetti verbalizzati e sei i sequestri amministrativi a carico di esercenti e motopescherecci operati dai militari della Capitaneria di Porto, nell’ambito dei servizi disposti a tutela dei consumatori; eseguite complessivamente circa 150 ispezioni sia a terra che via mare, con particolare attenzione alle attività di ristorazione, agli alberghi e alla rete di grande distribuzione, rientranti nell’ambito dell’operazione Octopus, svolta sotto la supervisione della Direzione Marittima di Ravenna.
Sei le violazioni accertate in altrettanti esercizi commerciali dove gli uomini coordinati dal maresciallo Vincenzo Petrella (subentrato nelle scorse settimane all’ex comandante Livio Montuori), hanno riscontrato pesce privo della necessaria etichettatura o con la data di scadenza superata. Sorpresi anche tre pescherecci nell’area marina protetta Paguro, intenti in azioni di pesca a strascico; oltre al sequestro delle attrezzature da pesca, a carico dei titolari delle imbarcazioni, sono stati elevati verbali da 2.000 euro ciascuno.
Il bilancio dell’attività svolta è andato ad arricchire quello dell’operazione stessa che ha riguardato l’intero territorio nazionale a contrasto dell’introduzione e della vendita illegale dei prodotti ittici e che in Emilia Romagna, ha visto decine di militari impegnati quotidianamente nel corso delle festività natalizie. CorriereRomagna.it.

09 GENNAIO

SEA SHEPHERD: "ARRESTATI" TRE ATTIVISTI DI FOREST RESCUE A BORDO DI UNA NAVE GIAPPONESE
Tre attivisti di Forest Rescue, con l'aiuto di una imbarcazione di Sea Shepherd, hanno affiancato la Shonan Maru 2, una delle navi della security giapponese, che si trova attualmente in acque di pertinenza dell'Australia. Saliti a bordo, sono stati subito individuati e poi trattenuti dagli uomini dell'equipaggio che hanno provveduto ad interrogarli.
La Shonan Maru 2 era al seguito della Steve Irwin, che a sua volta stava scortando la Brigitte Bardot, gravemente danneggiata da un'onda anomala nei giorni scorsi, verso un porto australiano per le necessarie riparazioni. L'altra nave di Sea Shepherd, la Bob Barker, è invece al seguito della nave arpionatrice Yushin Maru n. 3.
Proprio la Steve Irwin ha aiutato, la notte del 8 gennaio, i tre australiani della Forest Rescue a salire sulla Shonan Maru 2. Avevano l’intento dichiarato di chiedere alla nave giapponese di riportarli a terra e poi di allontanarsi dall’Australia.
Sono in corso contatti fra Australia e Giappone; l’Australia non esclude che i tre vengano condotti appunto in Giappone, dove potrebbero trovarsi ad affrontare guai di vario genere. Esiste un precedente, tre attivisti di Sea Shepherd, saliti a bordo di una nave giapponese tempo fa, furono arrestati e rilasciati solamente dopo cinque mesi di detenzione.
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PARCO DEL DELTA DEL PO: SI TRIVELLA AI CONFINI DELLA VALLE BERTUZZI
La concessionaria AleAnna Resources ha dato via alle operazioni di trivellazione presso il confine della Valle Bertuzzi, una delle aree umide più suggestive del Parco del Delta del Po, area di sosta di numerose specie acquatiche tra cui i fenicotteri, in costante aumento e forse in procinto di nidificare nell'area.
La notizia arriva dalla texana BRS Resources, che possiede parte della AleAnna.
Sul sito della Market Watch il comunicato stampa: Brs Resources annuncia lo scavo del primo pozzo (Gallare 6D) nella Pianura Padana.
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FUSTI TOSSICI A GORGONA: PROSEGUE LA MOBILITAZIONE
La manifestazione nata sulla scia dell'incidente dell'ecocargo Venezia della Grimaldi, avvenuto al largo dell'Isola di Gorgona, che si è tenuta a Livorno l'8 gennaio, ha visto l'adesione di moltissime forze politiche, sociali, sindacali, ambientaliste locali e nazionali. Hanno partecipato più di 200 persone provenienti da tutta Italia.
I senatori Francesco Ferrante e Roberto della Seta, hanno presentato un'interrogazione parlamentare sulla vicenda al ministro dell'ambiente. Il testo è disponibile sul sito di GreenReport.
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IL PORTACONTAINER RENA SI È SPEZZATO
La nave portacontainer Rena, adagiata presso l'Astrolabe Reef dall'ottobre 2011, al largo della costa di Tauranga, si è definitivamente spezzata (un riassunto dell'incidente si trova qui). Il primo dei due tronconi è rimasto nella stessa posizione poiché incagliato sul reef, mentre il secondo è in balia delle onde e sta scaricando in mare uno ad uno i container rimasti (circa 300). Da ottobre 2011 ad oggi, la Rena ha perso circa 1350 tonnellate di carburante, provocando la morte di più di 2.000 uccelli marini e oltre un migliaio di volontari sono al lavoro da allora. I rischi per l'ambiente sono decisamente inferiori rispetto ad ottobre, tuttavia non è noto quanto carburante sia ancora stivato nei serbatoi della nave (qui tutti i numeri del disastro a cura della Marina Neozelandese).

07 GENNAIO

ECUADOR, CONDANNATA LA CHEVRON
Dopo 18 anni di battaglie giudiziarie, la Corte d’Appello dell’Ecuador ha inflitto alla compagnia petrolifera americana Chevron il pagamento di un risarcimento record: 18 miliardi di dollari. I soldi dovranno ripagare gli indigeni dei danni subiti a causa delle attività di estrazione del petrolio. La vittoria è stata ottenuta grazie al certosino lavoro dell’avvocato Pablo Fajardo, membro dell‘ELAW (Environmental Law Alliance Worldwide).
La sentenza della Corte d’Appello, conferma quella emessa dal Tribunale di Lago Agrio, che già lo scorso 14 febbraio 2011 aveva condannato la Chevron a un risarcimento di circa 9 miliardi di dollari. Il Giudice aveva previsto il raddoppio del risarcimento se la compagnia non avesse presentato le sue scuse al Tribunale per comportamenti giudicati inappropriati.
La Chevron ha comunque annunciato che presenterà un nuovo ricorso questa volta internazionale e al di fuori dell’Ecuador. Comunque la condanna al risarcimento giunge per le attività estrattive della Texaco, in atto dal 1964 al 1990 (si calcola che sin da allora l’azienda petrolifera abbia sversato 68 miliardi di litri di prodotti tossici) e poi acquisita dalla Chevron nel 2001. News integrale su Ecoblog.
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PESCI ROSSI DA MANGIARE VIVI
L’incredibile sketch andato in onda lo scorso 3 gennaio su Italia 1 ha indignato in molti. Per divertire il pubblico sono stati infatti utilizzati numerosi pesciolini vivi, serviti su due piatti di portata come improbabile sashimi. Con tanto di bacchette e lingue penzoloni dei due protagonisti di "Così fan Tutte". In tal maniera, con i pesciolini che saltavano nel piatto, i due attori hanno fatto finta di non riuscire a mangiare.
"Loro facevano finta ma i pesciolini erano veri – dichiara a GeaPress Enrico Rizzi, Coordinatore Nazionale del PAE (Partito Animalista Europeo) - pesci rossi che agonizzavano disperatamente davanti alle telecamere, tra sorrisi e battute dei protagonisti dello sketch".
Un piatto di cattivo gusto servito per gli spettatori di Italia 1 ed ora divenuto oggetto di querela da parte del legale dello stesso Rizzi, Avvocato Donatella Buscaino. Il reato ipotizzato è quello di cui all’art. 544/ter del Codice Penale (maltrattamento di animali). In tal maniera, secondo il PAE, si sarebbe compiuta una vera e propria crudeltà che ha causato sofferenza ai poveri animali, condotte queste punite dalla legge. Un pesce fuori dall’acqua non è (come dovrebbero sapere in molti) più in grado di respirare. Ma il pericolo non deriva solo da tale mancanza. Non riuscendo più ad utilizzare le branchie, il pesce va velocemente in ipossia. Ancor più velocemente, poi, dal momento in cui il povero animale, mettendo in atto un comportamento tipico degli spiaggiamenti, inizia a contrarre il corpo (consumando pertanto il poco ossigeno rimasto) nel tentativo di raggiungere di nuovo l’acqua. L’ultima spiaggia, si potrebbe dire, prima della morte. In questa fase l’organismo può rimanere gravemente danneggiato, con problemi rilevabili sia nel breve tempo, ad esempio con un non corretto galleggiamento, che a medio termine, ovvero la morte per lo shock subito.
"Proviamo a pensarla al contrario - dice Rizzi - ed immaginiamoci cosa succederebbe se qualcuno ci costringesse con la testa forzatamente sott’acqua. Possibile - aggiunge Rizzi - che con tutti i soldi che hanno queste produzioni non abbiano pensato ad utilizzare delle sagome artificiali?". Fonte: GeaPress.
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LA BOB BARKER SI AVVICINA ALLA FLOTTA BALENIERA GIAPPONESE IN ANTARTIDE
Alle ore 04:00 antimeridiane (Ora AEAT) di mercoledì 4 gennaio, la Bob Barker si è avvicinata alla flotta baleniera giapponese a 190 miglia a nord della base francese in Antartide, Dumont D'Urville.
Mentre cercava la Nisshin Maru, nave fattoria della flotta baleniera giapponese (nave a bordo della quale vengono macellate le balene uccise, nota di traduzione), la Bob Barker ha trovato una delle tre navi arpionatrici: la Yushin Maru n. 3. Pare che la Yushin Maru n. 3 non abbia ancora intrapreso attività di baleneria, dato che il suo arpione è ancora coperto.
La flotta baleniera ha tentato disperatamente di evitare di essere localizzata da Sea Shepherd ed è fuggita per oltre 1.500 miglia, in direzione sud-est rispetto al punto dove eraa stata individuata per la prima volta, mediante la ricognizione di un drone impiegato dalla Steve Irwin.
La Bob Barker continua a procedere verso est alla ricerca della nave fattoria giapponese ed è ora seguita da vicino dalla Yushin Maru n. 3. La flotta baleniera ha lasciato la Zona di Esclusione Economica Francese (EEZ) e si trova ora nelle acque di pertinenza australiana dell’Antartide. Sea Shepherd è in grado di confermare che la flotta baleniera giapponese si trova attualmente in queste acque.
La Steve Irwin e la Brigitte Bardot continuano ad avvicinarsi a Fremantle, con la Shonan Maru n. 2 a seguirle. La Shonan Maru n. 2 si trova ora 65 miglia all’interno della Zona di Esclusione Economica Continentale dell’Australia (EEZ). Poiché la Nisshin Maru e le navi arpionatrici hanno continuato a muoversi da quando sono state individuate da Sea Shepherd per la prima volta, pare non abbiano avuto tempo di uccidere balene. Sanno che se dovessero rallentare o fermarsi la Bob Barker coprirà la distanza che la separa da loro e le sarà addosso.
La Steve Irwin farà rapidamente rifornimento a Fremantle e tornerà nell’Oceano Antartico per prestare assistenza alla Bob Barker nell’intervento contro le attività illegali della flotta baleniera giapponese all’interno del Santuario delle Balene dell’Oceano Antartico nelle acque di pertinenza australiana in Antartide. Fonte: SeaShepherd.
Intanto l'Australia ha approvato l'utilizzo dei droni di proprietà di Sea Shepherd.

06 GENNAIO

CUPRAMARITTIMA, AL VIA UN PROGETTO SPERIMENTALE ANTI-EROSIONE
A Cupramarittima (AP), ha preso il via uno dei progetti meno costosi in assoluto per combattere l'erosione costiera. Con soli 500 euro sono stati posati dei paletti e dei teli allo scopo di favorire l'accumolo della sabbia e rispristinare i cordoni di dune, un tempo presenti in moltisisme spiagge nella regione Marche e ora praticamente scomparse. Le dune poi, sulla base di progetti simili e di successo, come quello presso la zona di San Rossore in Toscana, nonché altri realizzati in tutta Europa, saranno stabilizzate dalla vegetazione alofita che consoliderà le dune stesse che, come noto, sono molto più efficaci nel contrastare l'erosione costiera. Il progetto sperimentale di Cupramarittima, il primo nella regione Marche, esclusa l'iniziativa blanda e poco seguita di Senigallia (AN), avrà la durata di un anno.

05 GENNAIO

IBRIDO DI SQUALO NELLE ACQUE AUSTRALIANE?
Ibrido squalo pinna neraI ricercatori australiani della James Cook University e del Queensland Department of Primary Industries and Fisheries, hanno annunciato di aver scoperto il primo ibrido di squalo al mondo nelle acque dell'Australia.
L'ibrido è il frutto dell'accoppiamento tra squali pinna nera australiani (Carcharhinus tilstoni) e i pinna nera comuni (Carcharhinus melanopterus). "Si tratta di una scoperta senza precedenti, con implicazioni per l'intero mondo degli squali - ha detto Jess Morgan, un ricercatore dell'Uiniversità del Queensland - È davvero sorprendente, perché nessuno aveva mai visto prima ibridi di squalo; questo non è un evento comune nemmeno con uno sforzo d'immaginazione. Questa è l'evoluzione in atto".
Colin Simpfendorfer, della James Cook University, ha spiegato che "gli studi iniziali suggeriscono che la specie ibrida sia relativamente robusta. Sono stati censiti in tutto 57 esemplari".
L'eccezionale scoperta è avvenuta durante i lavori di catalogazione della fauna della costa orientale dell'Australia, 1.200 miglia tra il New South Wales e il Queensland.
Lo squalo pinna nera australiano è leggermente più piccolo rispetto al pinna nera comune e può vivere solo nelle acque tropicali, ma la prole ibrida è stata trovata a 2.000 chilometri più a sud, in mari più freddi. Secondo gli scienziati questo significa che lo squalo pinna nera australiano si starebbe adattando.
"Se si ibrida con la specie più comune, può effettivamente spostare il suo areale più a sud, nelle acque più fredde, quindi l'effetto di questa ibridazione è l'espansione del suo areale - sottolinea Morgan - il che permette ad una specie limitata ai tropici di trasferirsi in acque temperate". Gli ibridi di solito sono sterili, ma in questo caso gli squali possono riprodursi tra di loro ed anche con le altre due specie.
Il team dei ricercatori sta indagando sul Global Warming e la pesca come possibili "inneschi" di questa ibridazione e effettuerà ulteriori mappatura genetiche per verificare se si trattava di un processo appena scoperto ma di vecchia data o di un fenomeno più recente.
Simpfendorfer spiega le possibili ricadute della scoperta: "Se l'ibrido risulterà essere maggiormente adattabile, potrebbe eventualmente sopravvivere alle specie genitrici. Non sappiamo se questo sia il caso, ma di certo, ora che possiamo vedere la roadmap genetica che abbiamo realizzato, sappiamo che si riproducono e che ci sono più generazioni di ibridi. Certamente sembra che siano esemplari abbastanza in forma".
Gli ibridi sarebbero già straordinariamente abbondanti in 5 zone, rappresentando in alcune aree fino al 20% delle popolazioni di squali pinna nera e, Morgan, è convinto che questo non avvenga a scapito di una singola specie dei due squali pinna nera.
Simpfendorfer evidenzia che lo studio, pubblicato su Conservation Genetics "potrebbe sfidare le idee tradizionali su come gli squali abbiano continuato ad evolversi".
Alla domanda se ci sia il rischio della comparsa di un "megasqualo" Simpfendorfer ha risposto: "Non credo che ci sia un qualche problema di questo tipo, entrambe le specie non sono considerate un pericolo per gli esseri umani. Dato che hanno la stessa morfologia di una e dell'altra specie genitice, non dovremmo vedere alcun tipo di cambiamento percepibile, là fuori, nell'oceano". Fonte: GreenReport.
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TUTTI AFFONDATI NEL BANCO DI SANTA LUCIA I FUSTI TOSSICI DELLA VENEZIA?
La cartina pubblicata su GreenReport indica approsimativamente l'area del Banco di Santa Lucia, ad ovest dell'Isola di Gorgona, dove il 17 dicembre sono caduti in mare, dall'eurocargo Venezia della Grimaldi Lines, due bilici carichi di bidoni contenenti sostanze tossiche ed altamente infiammabili al contatto con l'aria. Secondo le ultime informazioni, la nave si sarebbe inclinata di 37 gradi, lasciando cadere in mare il carico pericoloso e ci si chiede se, visto il forte allarme meteo per quei giorni, non sarebbe stata necessaria una maggiore prudenza nell'imbarcare sulla Venezia, 224 fusti da 200 kg contenenti 45 tonnellate di monossido di cobalto e molibdeno.
Secondo alcuni tecnici, difficilmente quei bidoni galleggerebbero e la stessa ditta produttrice lo conferma. Ma anche se i fusti fossero tutti affondati e non rappresentassero quindi un pericolo per le coste, come avevano detto Prefettura, Capitaneria e Comuni, il problema rimane e sembra molto serio: un bidone di quel genere, sott'acqua a 400 metri, forse potrebbe essersi già spaccato per la pressione e, se così non fosse, secondo alcuni esperti si deteriorerebbe più o meno dopo un anno o due, lasciando fuoriuscire il materiale tossico nelle acque del Santuario Internazionale Pelagos, ed a una ventina di miglia dall'area marina protetta di Gorgona.
Occorre quindi capire se e quanti bidoni si siano inabissati e a quale profondità. Certo i bidoni resterebbero sui fondali del banco di Santa Lucia; le sostanze chimiche che contengono sono pesanti e si "depositerebbero" sul fondo. Il rischio per il delicatissimo ecosistema abissale, che solo ora si comincia a conoscere nella sua complessità ed importanza, sembra molto alto. E' probabilmente anche per questo che ci risulta che in una riunione tenutasi il 30 dicembre con la partecipazione di Arpat ed Ispra si è giustamente deciso di tenere sotto controllo il pescato. Fonte: GreenReport.
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ARINGHE SPIAGGIATE IN NORVEGIA
Nei giorni scorsi è stato ritrovato un enorme quantitativo di aringhe spiaggiate sulle coste norvegesi. Fenomeni analoghi, anche se in scala minore, si possono verificare anche nei nostri mari come nel caso della consistente moria di alacce sulla costa romagnola del gennaio 2010. Prossimamente, sulle pagine di Eurofishmarket, saranno indagate le possibili cause di una moria di alici che ha interessato la costa laziale alla fine dell’estate 2011. Fonte: EuroFishMarket.
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STA SCOMPARENDO IL LAGO POYANG
La superficie del lago Poyang, il più grande lago di acqua dolce della Cina, si è ridotta di almeno 200 km quadrati, una superficie grande come l'isola d'Elba, a causa di una siccità eccezionale e persistente. Nel lago si immettono 5 fiumi che attraversano la provincia orientale dello Jiangxi e le acque del lago finiscono nello Yangtze, il fiume più lungo della Cina.
Il livello dell'acqua del corso medio del Ganjian, uno dei 5 fumi che sfociano nel Poyang, ha raggiunto un calo record di 12.35 metri, 0.47 metri meno del minimo storico precedente. Testo integrale su GreenReport.

04 GENNAIO

CARGO GRIMALDI: RIFIUTI TOSSICI IN MARE A LIVORNO
Grimaldi LinesDiversi partiti e Comitati stanno organizzando una manifestazione a Livorno in programma domenica 8 gennaio 2012 alle 12, presso il Porto Mediceo per far luce " sull'incidente della nave Grimaldi, avvenuto il 17 dicembre 2011 a sud dell'Isola della Gorgona" e spiegano che quel giorno "l'Eurocargo Venezia della compagnia Grimaldi Lines, ha perso nel tratto di mare tra Gorgona ed il Banco di Santa Lucia, alcuni semirimorchi carichi di merce pericolosa non meglio specificata. Si tratta di 224 bidoni metallici. Ognuno contiene 200 chili di monossido di cobalto e molibdeno".
Secondo una comunicazione ufficiale della Guardia Costiera di Livorno "il prodotto è contenuto all'interno di sacchi di plastica nera racchiusi in fusti metallici di colore azzurro della capacità di 200 litri. Il materiale diventa pericoloso a contatto con l'aria scaldandosi fino ad alte temperature e producendo fiammate bluastre e liberando polveri e gas tossici".
La notizia, giunta con preoccupante ritardo, sta iniziando ad interessare anche la stampa nazionale dopo che Legambiente Arcipelago Toscano (che ha annunciato l'adesione alla manifestazione livornese), aveva rilanciato la notizia data per primo da Il Tirreno dell'incidente avvenuto vicino alle acque di Gorgona, protette dal Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano e nel cuore del Santuario Internazionale di Mammiferi Marini, Pelagos. Testo integrale su GreenReport. Per aderire alla manifstazione su Facebook.
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L'ESOTICO ZOO DELLE FUMAROLE ANTARTICHE
Fumarole antarticheUna ricca comunità di specie finora sconosciute è stata scoperta sui fondali dell'Oceano Antartico da ricercatori delle Università di Oxford, di Southampton e del British Antarctic Survey. La scoperta, illustrata in un articolo pubblicato sulla rivista PLoS Biology, è stata resa possibile dal ricorso, per la prima volta in quelle acque, di un Remotely Operated Vehicle (ROV).
L'area esplorata è quella dell'East Scotia Ridge, la dorsale sottomarina nell'Oceano antartico ricca di bocche idrotermali e di 'fumarole nere (dove si raggiungono temperature attorno ai 380 °C) che creano un ambiente unico, privo di luce, ma ricco di sostanze chimiche. "Le sorgenti idrotermali - spiega Alex Rogers, che ha guidato la spedizione - ospitano animali che non si trovano in alcun altro luogo del pianeta e che ottengono l'energia necessaria non dal Sole ma dalla degradazione di sostanze chimiche, come l'idrogeno solforato", degradazione che avviena a opera di particolari batteri.
Per quanto esotici siano questi batteri, la vera eccezionalità è data però dai metazoi che abitano questi ambienti. Infatti, spiegano i ricercatori, all'inizio si era ipotizzato che per sopravvivere questi gli animali "pascolassero" a spese dell'abbondante ambiente microbiotico di quei siti. Ma si è scoperto che questo è solamente uno dei loro possibili modi di sussistenza. Si è infatti scoperto che altri animali approfittano di altre specie di batteri che vivono come endosimbionti o come episimbionti chemiosintetici. Questi metazoi, cioè, non si riforniscono delle sostanze nutritive di cui hanno bisogno in un modo a noi familiare, ma le ottengono direttamente, a volte in maniera esclusiva, da questi simbionti chemiosintetici.
Peraltro, ha osservato Rogers, "quello che non abbiamo trovato è quasi altrettanto sorprendente di quello che abbiamo trovato. Molti animali che sono presenti attorno alle bocche idrotermali degli oceani Pacifico, Atlantico e Indiano, qui semplicemente non c'erano". Il ricercatori ritengono che le differenze tra i gruppi di animali trovati in questa regione del globo e quelli presenti altrove, possa essere dovuto al fatto che l'Oceano Antartico possa fungere da barriera per alcuni animali che prosperano negli ambienti delle bocche idrotermali.
L'unicità delle specie rinvenute nello Scotia East Ridge permette di ipotizzare che, globalmente, questo tipo di ecosistemi siano molto più diversificati di quanto si pensasse.
"Questi risultati sono l'ennesima testimonianza delle preziose diversità si trovano negli oceani del mondo", ha concluso Rogers. "Ovunque volgiamo lo sguardo, dalle barriere coralline delle luminose tropicali alle fumarole antartiche avvolte nelle tenebre eterne, troviamo ecosistemi unici che abbiamo bisogno di capire e proteggere". Fonte: LeScienze. Articolo originale: The Discovery of New Deep-Sea Hydrothermal Vent Communities in the Southern Ocean and Implications for Biogeography. Credit immagine: PlosBiology.
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AGONIA DI UN GHIACCIAIO
Circa il 75 per cento dell’acqua dolce del mondo si trova racchiuso in ghiacciai e calotte polari. Ma circa il 90 per cento di queste riserve si sta velocemente sciogliendo, disperdendosi nell’oceano. A dimostrarlo, un video spettacolare (e spaventoso), realizzato nella Terra del Fuoco dai ricercatori del Centro de Estudios Cientificos (CECS) di Valdivia in Cile.
La terza riserva d’acqua congelata al mondo – dopo l’Antartide e la Groenlandia – sono i campi di ghiaccio in Patagonia, che coprono un territorio di circa 14 mila chilometri quadrati e sono composti da un centinaio di ghiacciai sul solo suolo cileno. Ma da tempo la superficie gelata si sta sciogliendo e le distese diventano sempre più piccole, con un ritmo di arretramento preoccupante, maggiore rispetto ad altre aree del mondo.
Il Centro de Estudios Cientificos, in collaborazione con la Nasa, ha monitorato per quasi un anno uno specifico ghiacciaio in Cile, il Jorge Montt. Dal febbraio 2010 al gennaio 2011, i ricercatori hanno scattato una serie di 1445 foto, montandole poi in sequenza in una suggestiva animazione. Il video – in cui per aiutare la visualizzazione sono stati posti dei segni colorati che indicano la posizione della distesa gelata in diversi momenti dell’anno – mostra chiaramente l’arretramento del ghiaccio durante il periodo esaminato. La perdita è quantificabile secondo gli scienziati in circa 800 metri nel corso degli 11 mesi. La superficie arrivava ad accorciarsi anche di 25 metri in un solo giorno.
Una seconda parte del video mostra invece come lo stesso ghiacciaio si stia diradando. Alcune bande colorate nelle immagini rappresentano gli intervalli delle curve di livello (ovvero le linee che indicano punti di uguale quota e dunque l’altezza del ghiaccio): ogni colore diverso indica un cambiamento di 100 metri di altezza, dove il viola indica il livello del mare e il rosso è il punto più alto. Come si può osservare, dopo una fase in cui sembra che lo spessore stia aumentando, il ghiaccio torna ad abbassarsi, e la distesa alla fine risulta più sottile.
Questa superficie congelata non è certo l’unica a rischio. Il San Rafael, leggermente più a nord del Jorge Montt, si è ritirato di circa 12 km in 136 anni e continua a rimpicciolire. E secondo una stima della Aberystwyth University, anche altri due dei più importanti campi di ghiaccio cileni non sono al sicuro: dal 1870 il Campo de Hielo Patagónico Norte ha perso più di 100 km cubi di ghiaccio, mentre nel Campo de Hielo Patagónico Sur se ne sono sciolti circa 500 dal 1650, contribuendo all’innalzamento del livello del mare. Fonte: GalileoNet. Riferimento: Nature News doi:10.1038/nature.2011.9713.
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CETACEI UCCISI DAL SONAR: UN KIT PER SCOPRIRLO
All’esercitazione sonar della marina militare segue lo spiaggiamento di un gruppo di cetacei. Non è un evento raro e, come molti – biologi, medici e ambientalisti – sostengono dal 2003, non è neanche una semplice coincidenza: le onde a bassa e media frequenza emesse dai sonar (LFAS) disorientano gli animali, inducendoli a un' emersione troppo rapida, che può essere causa di embolie (vedi Galileo, Spiaggiamenti dei cetacei, stop ai sonar militari; Us Navy sotto accusa).
La concomitanza temporale dei due eventi, esercitazione e spiaggiamento, è un forte indizio di causalità, ma provare questa relazione in ogni singolo evento è un altro paio di maniche. Ora, però, gli esperti avranno a disposizione una nuova tecnica di medicina forense che permetterà loro di sapere se la morte di delfini, capodogli e balene sia riconducibile alla cosiddetta sindrome embolica gassoso-lipidica (una malattia simile a quella da decompressione nei sub), che normalmente non dovrebbe interessare questi animali di mare profondo (vedi Galileo, Spiaggiamenti, tante le cause possibili; I sonar che uccidono le balene; Uccisi da un sonar).
Lo studio, apparso su Scientific Reports, è frutto di un lavoro congiunto tra Spagna, Italia e Gran Bretagna, guidato da Antonio Fernández dell’Universidad de Las Palmas de Gran Canaria (il primo ad aver scoperto la sindrome embolica gassoso-lipidica in alcuni zifii, nel 2002). Quando si è di fronte a uno spiaggiamento recente, è sufficiente avere con sé un piccolo kit (un aspirometro, una siringa da insulina e un tubo a vuoto), per prelevare i gas contenuti nei tessuti direttamente nel luogo dello spiaggiamento e conservarli fino al laboratorio. "L’impiego della metodica permetterà di stabilire la presenza di azoto nelle bolle di gas trovate nei vasi sanguigni di animali ancora non decomposti", ha spiegato Giovanni Di Guardo, ordinario di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria dell’Università di Teramo, che ha partecipao allo studio: "Il nuovo metodo avrà ampia applicazione soprattutto nei casi di spiaggiamenti collettivi avvenuti durante l’utilizzo di sonar militari a onde a media frequenza e ad alta densità o durante le prospezioni geologiche in mare".
Il motivo è semplice: le lesioni da bolle di azoto, infatti, sono tipiche dell'embolia. Per questo motivo, stabilire con certezza che uno spiaggiamento avvenuto in concomitanza con l’uso di sonar dipenda dalla sindrome embolica gassoso-lipidica darà ulteriore sostegno all’ipotesi secondo cui questi disturbi ambientali interferiscono con il sistema di ecolocalizzazione e spingono i cetacei a una risalita troppo veloce per il loro organismo, portandoli alla morte. Fonte: GalileoNet.
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NUOVO REGOLAMENTO DELLA UE SUI PRODOTTI DELLA PESCA E DELL'AGRICOLTURA
L'UE ha stabilito le modalità di applicazione delle misure di conservazione, gestione, sfruttamento, controllo, commercializzazione ed esecuzione per i prodotti della pesca e dell'acquacoltura istituite dalla Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo (CGPM). È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Europea di venerdì scorso il relativo Regolamento. Un regolamento che per ragioni di chiarezza e di certezza del diritto, modifica quello del 2006 sulle misure di gestione per lo sfruttamento sostenibile delle risorse della pesca nel Mar Mediterraneo. E lo fa a seguito di alcune raccomandazioni della CGPM.
La Comunità Europea (così come la Bulgaria, la Grecia, la Spagna, la Francia, l'Italia, Cipro, Malta, la Romania e la Sloveni), ha aderito all'accordo relativo all'istituzione della Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo nel 1998. L'accordo cerca di garantire un quadro adeguato per la cooperazione multilaterale finalizzata a cerca di promuovere lo sviluppo, la conservazione, la gestione razionale e il migliore utilizzo delle risorse marine viventi nel Mediterraneo e nel Mar Nero "a livelli considerati sostenibili e a basso rischio di esaurimento".
Per garantire ciò il CGPM adotta una serie di raccomandazioni vincolanti per le parti contraenti dell'accordo. Data la natura delle raccomandazioni e visto che l'UE è parte contrante le disposizioni devono essere attuate nel diritto dell'Unione ed è per questo che l'UE emana il nuovo regolamento. La CGPM ha adottato una serie di raccomandazioni e risoluzioni relative ad alcuni tipi di pesca nella zona coperta dall'accordo ovvero il Mediterraneo, il Mar Nero e le acque intermedie e non solo al Mare Mediterraneo (come invece accade per il regolamento del 2006).
Nella sessione annuale del 2008, la CGPM ha adottato una raccomandazione relativa a un regime di misure sullo stato di approdo per contrastare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata nella zona Cgpm. Se, da un lato, il regolamento del 2008 - che istituisce un regime comunitario per prevenire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata - comprende in termini generali il contenuto di tale raccomandazione e si applica dal primo gennaio 2010, vi sono, dall'altro lato, alcune parti - quali la frequenza, la copertura e le procedure delle ispezioni in porto - che vengono indicate nel nuovo regolamento allo scopo di adattarle alle particolari caratteristiche della zona dell'accordo.
Il nuovo Regolamento inoltre, al fine di garantire condizioni uniformi di esecuzione attribuisce alla Commissione competenze di esecuzione per quanto riguarda il formato e la trasmissione della relazione sulle attività di pesca svolte nelle zone di restrizione, delle domande di riporto dei giorni persi a causa delle avverse condizioni atmosferiche durante il fermo stagionale per la pesca della lampuga, e della relazione su tale riporto, della relazione nell'ambito della raccolta di dati sulla pesca della lampuga, le informazioni relative all'uso della dimensione minima delle maglie per attività di pesca a strascico degli stock demersali nel Mar Nero e i dati sulle matrici statistiche, nonché per quanto riguarda la cooperazione e lo scambio di informazioni con il segretario esecutivo della CGPM. Fonte: GreenReport.
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LA MANCATA RIVOLUZIONE DEI SACCHETTI BIODEGRADABILI
Un anno fa giornali e tv preannunciavano dal 1 gennaio 2011 la fine dei sacchetti di plastica in polietilene (PE), e la loro sostituzione con borse completamente biodegradabili in 180 giorni, da riutilizzare in casa per la raccolta differenziata dei rifiuti organici (cibo e altro). A distanza di 12 mesi il cambiamento è avvenuto solo in parte. La situazione è confusa perché nei supermercati si trovano i nuovi sacchetti biodegradabili, mentre in molti negozi tradizionali, nelle bancarelle degli ambulanti, nelle farmacie e in numerosi punti vendita ci sono ancora i vecchi sacchetti di polietilene. In questi mesi è apparsa anche una nuova generazione di finti sacchetti ecologici di bioplastica che contengono componenti non biodegradabili e sono appena arrivati sul mercato i nuovissimi contenitori di plastica riciclata.
"Il funerale del polietilene non c’è stato - spiega Luca Foltran, responsabile della divisione packaging dell’Istituto Certificazione Qualità (ICQ) - perché la legge n° 296 del 2006 stabilisce l’obbligo di utilizzare sacchetti biodegradabili, ma i decreti attuativi non sono mai stati approvati. In assenza di questi parametri e dell’indicazione sul periodo massimo di dissoluzione, la legge risulta svuotata e i cambiamenti sono stati affidati alla buona volontà degli operatori".
Va detto che il legislatore non doveva inventare nulla, doveva solo applicare la norma europea EN 13432:2002 utilizzata nei comuni per i sacchetti compostabili e biodegrabili adibiti alla raccolta dell’umido. È di questi giorni la notizia che nel decreto Mille Proroghe del governo Monti, è sparito ogni riferimento alle norme attuative per i sacchetti di plastica. Questo vuol dire che la situazione attuale è destinata a continuare, fino a quando non verrà adottato il provvedimento misteriosamente sparito, che però dovrebbe essere ripresentato secondo quanto dichiarato dai ministri dello Sviluppo economico e dell'Ambiente in questi giorni. Testo integrale su IlFattoAlimentare.
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MAREA NERA IN MESSICO: LA BP CHIEDE I DANNI ALLA HALLIBURTON
La BP ha chiesto i danni all'Halliburton, il suo fornitore di cemento per il campo petrolifero offshore di Macondo, nel Golfo del Messico, dove nel 2010 è esplosa e naufragata la piattaforma Deepwater Horizon, causando il più grande disastro ambientale della storia degli Usa. La BP ha già pagato più di 21 miliardi di dollari in bonifiche e risarcimenti a persone, imprese e amministrazioni locali danneggiati dalla marea nera e la multinazionale britannica dice di aver accantonato più di 40 miliardi per coprire i costi relativi al disastro della Deepwater Horizon.
Ecco le cifre che si possono leggere sul sito della BP: impegno per contribuire al recupero dell'economia: 20 miliardi dollari di fondi accantonati per le rivendicazioni economiche e il ripristino delle risorse naturali; 7.4 miliardi dollari di pagamenti per i crediti privati, aziendali e governativi; 179 milioni dollari di finanziamenti agli Stati del Golfo per la promozione turistica; 82 milioni dollari pagati o impegnati per il marketing ed i controlli sui frutti di mare. Impegno a sostenere il ripristino ambientale e la ricerca indipendente: 1 miliardo di dollari l'importo impegnato presto per progetti di ripristino; 56.2 milioni dollari per i primi 8 progetti proposti di ripristino rapido; 500 milioni di dollari in fondi impegnati per la ricerca scientifica indipendente per oltre 10 anni; 164 milioni di dollari già assegnati per la ricerca indipendente.
Cifre che Don Haycraft, avvocato della BP, ha presentato ieri alla Corte Federale di New Orleans, lamentando "l'ammontare dei costi e delle spese sostenuti dalla BP per ripulire e bonificare la fuoriuscita di petrolio, la perdita di profitti da e/o diminuzione di valore del Macondo Prospect e tutti gli altri costi e danni subiti dalla BP relativi all'incidente della Deepwater Horizon ed alla conseguente fuoriuscita di petrolio".
BP ed Halliburton hanno da subito, quando i corpi degli 11 lavoratori uccisi erano ancora caldi, reciprocamente accusato i loro tecnici di aver commesso la catena di errori che ha fatto esplodere la piattaforma al largo delle coste della Louisiana nel 2010. La BP è la concessionaria del giacimento di Macondo e l'Halliburton forniva beni e servizi per il progetto di trivellazione offshore in acque profonde, insieme devono far fronte a più di 500 azioni legali da parte di proprietari di immobili, imprese e governi statali della Gulf Coast che chiedono miliardi di dollari di danni per la marea nera. La Corte Federale di New Orleans dovrà esaminare tutto questo in un'unica causa che dovrebbe iniziare a febbraio, per determinare la responsabilità del disastro petrolifero. Testo integrale su GreenReport.
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CINA, LA CNOOC FA GREENWASHING
La China National Offshore Oil Corporation (CNOOC), la più grande azienda cinese di prospezioni di petrolio e gas offshore, ha ammesso oggi che la fuga da un suo gasdotto sottomarino avvenuta due settimane fa vicino alla città di Zhuhai, nella provincia meridionale del Guangdong "è stata causata da un dragaggio di sabbia".
A dire il vero una grossa fuga di gas era stata segnalata il 19 novembre da alcuni pescatori a 12 km dal terminal gasiero di Zhuhai.
Gao Guangsheng, direttore generale aggiunto della filiale di Shenzhen della CNOOC, ha detto che "la parte danneggiata del gasdotto dimostra che è stata lesionata da attrezzature meccaniche. Il dragaggio di sabbia è illegale in questa zona marittima. Noi speriamo che il governo municipale di Zhuhai possa indagare su questo genere di attività".
Qiu Daqing, uno dei responsabili del giacimento di gas della CNOOC ha assicurato all'agenzia ufficiale Xinhua che "nessun inquinamento marittimo è stato segnalato in seguito a questo incidente. La sospensione del servizio del gasdotto ha causato una perdita quotidiana di produzione di gas naturale equivalente a 27.000 barili di petrolio, riservati alla città di Zhongshan del Guangdong. La riparazione è difficile, essendo gli operai costretti ad operare nell'acqua di mare al fine di fissare il gasdotto". La CNOOC non ha voluto dire quando finiranno i lavori di ripristino.
La multinazionale statale dell'offshore cinese ha sempre più problemi di immagine per i continui incidenti nei suoi campi di idrocarburi. Solo ieri aveva annunciato di aver depositato una richiesta al Ministero degli Affari Civili per registrare un fondo destinato all'ambiente marino, come compensazione per una serie di sversamenti petroliferi nella baia di Bohai. Il greenwashing alla cinese prevede che la CNOOC Ltd, una filiale della CNOOC, doni 500 milioni di yuan (79.37 milioni di dollari) come capitale iniziale di questo fondo. I finanziamenti successivi verranno dalla galassia di società affiliate alla CNOOC che ha spiegato in un comunicato: "Anche i nostri partner sono invitati a donare denaro a questo fondo".
Lo strano fondo "privato" di questa azienda controllata dal governo "si concentrerà sui progetti di protezione dell'ambiente marino, la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico, soprattutto l'istituzione di riserve per la fauna marina ed il recupero dell'ecosistema marino". La compagnia cinese non ha precisato se i soldi ce li metterà davvero lei oppure la ConocoPhillips China, che sfrutta insieme alla CNOOC i giacimenti offshore di Bohai e alla quale è stata accollata tutta la colpa delle maree nere, che ha già stanziato fondi per la bonifica e i risarcimenti.
La multinazionale statunitense e la CNOOC a settembre, avevano annunciato l'istituzione di un fondo compensativo dei danni provocati da diverse maree nere che da giugno hanno interessato più di 6.200 km quadrati del mare della Baia di Bohai, uno dei più importanti centri turistici della Cina. Fonte: GreenReport.